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La band Dunia
La musica vìola i porti chiusi e i Dunia suonano coi migranti
L'esperimento di una band formata da italiani, migranti e rifugiati. Un progetto nato nel Sud Italia
Tiziana Sforza | 2 luglio 2018

Come promuovere l’integrazione in tempi in cui l’agenda setting è focalizzata sulla chiusura dei porti italiani alle navi delle ONG che trasportano migranti e l’opinione pubblica italiana continua a essere divisa fra l’approccio “non possiamo lasciarli in mare” e quello “la responsabilità di accoglierli va condivisa fra tutti i paesi europei”?

Dunia lo fa a suon di musica, con le note composte una band formata da italiani e da migranti e rifugiati che hanno sperimentato sulla propria pelle le rotte tipiche della migrazione.

“La parola dunia deriva dal sanscrito e viene utilizzata da tanti ragazzi e ragazze che arrivano percorrendo le rotte classiche dell’emigrazione. Scritta con forme diverse, ricorre nel mandinga e nell’asen, nel wolof e nelle lingue del Medioriente e dell’Afghanistan. È una parola che lega mondi diversi, quindi racchiude e accomuna tantissime persone che vi si possono riconoscere – spiega Antonio Bevacqua, musicista ed etnomusicologo, nonché uno dei fondatori della band – Dunia significa ‘mondo’ e ‘vita’, richiama alla speranza di un mondo diverso in cui i popoli condividono le proprie storie. Per questo ci piace considerare Dunia un incontro di anime e culture diverse sotto il segno della musica, per abbattere i pregiudizi e i confini”.

Come altri esperimenti analoghi (il più noto nel panorama musicale è l’Orchestra di Piazza Vittorio), Roma è stata il terreno di incontro fra questi musicisti che, a partire dal 2015, grazie al passaparola e con grande spontaneità, hanno iniziato a incontrarsi e a suonare insieme.

“Il progetto Dunia nasce dall’incontro fra due gruppi musicali del Sud Italia, i Neilos e gli Unnadarè che in questo momento storico hanno sentito l’esigenza di unirsi ad altri musicisti provenienti dalle rotte tipiche dell’emigrazione, paesi dell’Africa come Gambia e Senegal, ma anche da Pakistan e Afghanistan”, continua Bevacqua.

I ragazzi migranti e rifugiati che suonano o che hanno suonato con i Dunia non sono musicisti di professione, ma la musica ha dato loro la forza e l’entusiasmo per integrarsi nella società italiana e per esprimere ciò che si portavano dentro.

Un incontro dopo l’altro, è uscito fuori anche un cd i cui brani raccontano storie di partenza, di accoglienza, di amore e di nostalgia per la propria terra.

Il cd, intitolato semplicemente “Dunia”, è stato presentato a Berlino nel 2016, in occasione del Carnevale delle Culture e ha riscosso successo di critica e di pubblico. “In Italia stranamente fatichiamo a far conoscere questo progetto – aggiunge Bevacqua - abbiamo riscontrato molta più attenzione e apprezzamento all’estero. Ma siccome questo cd nasce da un progetto spontaneo, non abbiamo voluto forzare la sua promozione: non vogliamo cavalcare l’onda dell’argomento migrazione e sfruttare questa tematica per pubblicizzarci come musicisti. Il tema dell’emigrazione è delicato e non vogliamo che ci siano strumentalizzazioni del nostro progetto che mira esclusivamente a favorire l’integrazione grazie alla musica”.

I brani dei Dunia toccano effettivamente temi delicati e sono spesso espressione della sofferenza che i migranti si portano dentro. Ad esempio la canzone composta da Antony, originario della Nigeria, si intitola “Mama” ed è dedicata a sua madre che è rimasta laggiù. Il brano racconta dell’ultima volta che l’ha salutata prima di partire per quel viaggio incerto che lo avrebbe portato in Europa passando per il deserto, la sosta in Libia, la traversata del Mediterraneo a bordo di un barcone carico di altri migranti come lui.

Bashir, di etnia azara costretto a fuggire dal suo paese a causa delle persecuzioni di cui sono vittime gli appartenenti a questo gruppo etnico, suona il dambora (uno strumento a corde tipico della sua terra) e ha composto “Per te”, un brano che racconta una storia di amore sullo sfondo della storia del suo popolo in Afghanistan.

Ibrahim, originario del Gambia, nel brano intitolato Addounia (mondo, vita), racconta il suo viaggio drammatico verso l’Europa, stipato in un barcone che ha solcato il Mediterraneo dalla Libia alla Sicilia, nella cui stiva sono morte asfissiate 75 persone.

La band è attualmente composta da Antonio Bevacqua, Andrea Fenu, Maurizio Catania, “One by Fall” dal Senegal, Ibrahim “King Solomon” dal Gambia, Bashir dall’Afghanistan, Toufic dal Libano ed Antony dalla Nigeria: otto musicisti che, grazie all'incontro culture e ritmi musicali diversi, hanno dato vita a melodie cariche di significato in un’epoca storica come quella che stiamo vivendo.

 

Anche la modalità con cui il progetto Dunia si autosostiene la dice lunga dei valori che lo sottendono: “Non abbiamo rincorso il filone dei finanziamenti – spiega Bevacqua - anzi, proprio in contrapposizione con l’approccio progettificio diffuso con Mafia Capitale, abbiamo scelto di autofinanziare la produzione del nostro primo cd. L’idea è quella di continuare ad alimentare il progetto con la musica stessa, con le serate in cui ci esibiamo, in contesti scelti sempre con molta attenzione. In un mondo in cui se non appari non sei, abbiamo scelto di non apparire a tutti i costi. Anche perché siamo mossi dalla convinzione che le cose belle si facciano conoscere naturalmente e mettano radici”.

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