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Studenti in corteo 1968 (foto Francesco Radino)
"Il '68 fu utile al mondo cattolico"
Il Sessantotto e la politica oggi. Intervista a frate Giuseppe Buffon, storico della Chiesa e decano della Pontificia Università Antonuanum. Gli italiani sembrano volere un "governo negoziale", ma "per mettersi insieme bisogna avere un progetto comune"
Silvano Trevisani | 22 maggio 2018

Frate Giuseppe Buffon, storico della Chiesa e teologo è l’animatore del progetto dei francescani per la creazione di una Rete internazionale per l’ecologia globale. Ma è anche il decano della Pontificia Università Antonianum, teologo molto noto e apprezzato e docente dei storia della Chiesa. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Il lavoro è, per i giovani italiani, il bisogni più urgente. Tuttavia molti si chiedono perché i giovani di oggi, pur essendo diventati i nuovi poveri della nostra società, non protestano. È effetto del trionfo dell'individualismo? Manca una concezione della società a cinquant’anni dal ‘68, che l’avrebbe demolita invece di modificarla? È un segno preoccupante questa mancanza di reattività?

Penso che il ‘68 abbia bruciato le ideologie, a cominciare dall'ideologia marxista che proponeva proprio il senso di comunitarismo che è stato utile anche dal punto di vista cattolico, perché in effetti non era altro che una concezione della comunione cattolica però resa in termini materiali e quindi priva dell'escatologia, cioè dell'obiettivo finale. Chiaramente, con la morte delle ideologie che hanno bruciato questi valori, ora stiamo cercando di costruire un altro tipo di obiettivi che non abbiano però i gravami delle vecchie ideologie. Non penso che il ‘68 abbia prodotto l'individualismo, penso anzi che il processo di individualizzazione dell'epoca moderna abbia una sua positività perché venivamo da un Medioevo in cui valeva solo la concezione comunitaria e il singolo individuo era schiacciato sotto questa dimensione. Quindi, penso che la ripresa dei legami sociali, la ripresa delle relazioni possa essere letta anche all'interno di un processo di individualizzazione, laddove la persona comprende che per diventare più individuo deve scoprire la relazione con gli altri. Quindi non penserei a un tipo di frattura esclusivista e in opposizione ma a un'evoluzione dal di dentro.

Ma c'è anche una lettura del fenomeno dell'emigrazione, in senso individualista. In passato, quando i ragazzi andavano via, la loro partenza era percepita come un dramma dalla comunità. Adesso sono semplici individui, altrettanto numerosi, che vanno via, magari per inseguire l’autoaffermazione personale, ma perdono la relazione con la loro comunità. Non rappresentano più la punta di un gruppo, di una famiglia, ma dei singoli che spariscono e di cui non si sa più niente. Non c'è una specie di entropia anche culturale e intellettuale?

Sto pensando al fenomeno dell'emigrazione italiana negli Stati Uniti che è stato un paese di emigrazione per eccellenza tra 800 e 900. Rispetto agli altri flussi, tedesco o irlandese, gli italiani li chiamavano uccelli del ritorno perché andavano laggiù con l'idea di tornare. Forse è questo flusso che si è interrotto: anziché andare per tornare per un miglioramento del proprio territorio, ora non tornano più, questo ritorno si è interrotto. Bisogna capire a livello locale che cosa non ha funzionato. Probabilmente si è mirato a una centralizzazione e si è perso, diciamo così, l'elemento del valore della centralità della realtà locale. La dimensione locale, anche quando agiscono agenzie scientifiche o università dal Sud, è diventata un fatto geografico e non di valore. Mentre penso che dal punto di vista del valore la dimensione locale sia davvero centrale.

Questa dinamica di “dispersione” si è rispecchiata, al di là delle nuove ideologie, anche nelle dinamiche elettorali? E in che modo?

Mi ha colpito un'interpretazione delle ultime elezioni secondo cui è come se il popolo italiano avesse detto: non vogliamo poteri al governo, vogliamo mettere tutti quanti in condizioni di esercitare un negoziato, quindi vogliamo una sorta di governo negoziale che arrivi attraverso una cooperazione, si tratta di vedere adesso chi può gestire effettivamente questa sorta di cooperazione in modo che al governo non ci vada un singolo individuo così come è successo nelle ultime esperienze, ma ci vada una coalizione di persone che accettano il progetto, perché per mettersi insieme bisogna avere un progetto comune. Forse questa lettura è quella che mi ha colpito di più tra le tante che sono state fatte.

Questo fenomeno è specificamente italiano o assume qualcosa di quello che avviene a livello internazionale?

Anche in Spagna si è faticato ad arrivare a un governo e penso che Italia e Spagna si assomiglino da questo punto di vista. In Francia non so se leggere il fenomeno Macron come una ripresa del nostro fenomeno Renzi: un giovane al potere che dovrebbe rappresentare il cambiamento di mentalità. Difficile fare una geopolitica europea, penso che però in Italia abbiamo molto di originale da questo punto di vista. Forse è un fenomeno che non si duplica in altri contesti.

Questo benessere equo e sostenibile ha una chiave di entratura politica o siamo a livello teorico? Aperture del governo ce ne sono state, ma a livello di sensibilità il problema dell’ecosostenibilità è letto ancora come un lusso?

Direi che sia letto purtroppo come un lusso, anche all'interno nella Chiesa cattolica. Proprio perché anche la Chiesa cattolica non ha la capacità di guardare al di fuori di sé, manca anche a noi questa capacità di relazione con la realtà secolare, con la realtà politica e sociale. Quando manca questo “salto fuori di noi”, manca questa trasversalità che significa ridare futuro ai progetti.

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