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Takoua (28 anni) è nata a Douz, nel sud della Tunisia, all’età di otto anni si è trasferita a Roma
Graphic journalism, metà fumetto e metà reportage giornalistico
Takoua Ben Mohamed nei suoi fumetti racconta il razzismo e l'incomprensione in Italia. Nei suoi lavori ripercorre anche le tappe fondamentali della storia contemporanea tunisina e della Rivoluzione dei Gelsomini che nel 2011 ha dato il via alla Primavera Araba
Tiziana Sforza | 20 April 2019

“Non esistono due culture che non hanno nulla in comune, è proprio sui punti in comune che dobbiamo lavorare per costruire il dialogo e la convivenza”. Questa è il manifesto che appare sul blog di Takoua Ben Mohamed, disegnatrice, fumettista e regista di origini tunisine che si è fatta un nome nel mondo del graphic journalism con il libro “La rivoluzione dei Gelsomini”.

La matita e l’ironia sono le sue principali risorse per affrontare con leggerezza temi come islamofobia, razzismo, immigrazione, diritti umani, violenza contro le donne. I personaggi dei suoi fumetti sono diventati una voce originale del dialogo interculturale e interreligioso. Per “disegnare” la storia e i fatti di cronaca ci vuole talento, Takoua ne ha da vendere. Ha cominciato la sua carriera documentando un avvenimento storico di grande portata, la Rivoluzione dei Gelsomini ossia la rivoluzione tunisina del 2010-2011.

La Rivoluzione dei Gelsomini è stata il punto di partenza dell’ondata di proteste denominata “primavera araba” che ha investito vari paesi arabi affacciati sul Mediterraneo. Pretesto simbolico alla base della rivolta in Tunisia fu il clamoroso gesto di protesta di Mohamed Bouazizi, un giovane venditore ambulante che si diede fuoco nel dicembre 2010 nella città di Sidi Bouzid per denunciare le vessazioni da parte delle forze locali di polizia. Mohamed era esasperato. La sua è una storia di precariato e ingiustizia. Aveva 26 anni e le banche gli avevano già sottratto un terreno che coltivava. Era quindi diventato un venditore ambulante: manteneva se stesso, la madre e la sorella smerciando frutta e ortaggi con un carretto. Il 17 dicembre 2010 la polizia sequestrò il carretto in quanto non aveva la licenza. Ma le indagini successive rivelarono che la licenza non era necessaria. A questo si aggiunse una multa da 20 dinari. La storia di Mohamed era simile a quella dei tanti disoccupati o precari tunisini che vivevano di lavoretti umili o informali e cercavano di tirare avanti, districandosi fra apparati pubblici corrotti e rappresentanti politici insensibili alla situazione in cui versava il paese.

Il tragico gesto di Mohamed Bouzizi è stato una miccia, come quella che lo ha ucciso per le ustioni riportate. A partire da quel momento la rivolta si è propagata come un’onda dando vita a numerose manifestazioni di piazza contro il regime corrotto e dispotico del presidente Ben Ali, al potere dal 1987. Il regime crollò nell’arco di un paio di mesi grazie ai moti dei manifestanti che chiedevano la democratizzazione del sistema politico e denunciavano la crisi dell’economia tunisina dovuta all’aumento della disoccupazione e all’inflazione galoppante. Nel gennaio 2011 Ben Ali fuggì in Arabia Saudita con tutta la sua famiglia.

 

La Rivoluzione dei Gelsomini fu breve ma è costata la vita a tanti tunisini: si stima che oltre trecento giovani morirono durante le manifestazioni contro il regime. Il governo non ha mai pubblicato una lista ufficiale dei tunisini uccisi durante gli scontri. Il decreto legge 97-201 aveva istituito la Commissione dei martiri e feriti della rivoluzione, creata dall’Alto commissariato per i diritti umani e libertà fondamentali per stilare la lista finale dei “martiri della libertà”, ossia tutti i ragazzi che avevano perso la vita o che erano stati gravemente feriti nel gennaio 2011. Nel marzo 2018 il Comitato per i diritti umani e le libertà fondamentali (Csdhlf) ha presentato il suo rapporto e un elenco dei martiri e feriti della rivoluzione alla presidenza della Repubblica, alla presidenza del Parlamento e al governo, ma la lista definitiva non è stata ancora pubblicata.

Nel gennaio 2018 e nel gennaio 2019 i tunisini sono scesi in piazza per denunciare l’impunità dei sospettati che ordinarono l’uccisione dei civili che manifestavano pacificamente durante la Rivoluzione dei Gelsomini. Le famiglie di quei ragazzi stanno chiedendo giustizia da otto anni. I loro avvocati hanno reso noto che alcuni sospettati sono già stati indagati, altri arrestati e incriminati, ma poi sono stati liberati. Secondo Leila Haddad, avvocato difensore dei martiri e feriti della Rivoluzione intervistata da Ansamed, "pubblicare la lista finale significa riconoscere la rivoluzione e riabilitare i suoi eroi, ma i leader politici al potere, che per la maggior parte di loro apparteneva al regime estromesso, non vogliono dare questo riconoscimento ai rivoluzionari”.

 

Il libro di Takoua racconta questo periodo storico e oltre. Parte dal 1956 per spiegare le cause che avevano portato al regime di Ben Ali e arriva fino agli eventi del 2011 intrecciando dimensione pubblica e dimensione privata, la storia del Paese con la storia della famiglia e degli amici di Takoua, alcuni dei quali erano attivisti politici. Nel suo libro particolare rilievo hanno le donne, nelle cui mani era la responsabilità di educare chi era rimasto in patria: mentre gli uomini erano in esilio o in carcere durante la dittatura di Ben Alì, furono proprio le donne ad allevare la generazione di giovani che poi fece la rivoluzione. 

Un cuore a metà fra Douz e Roma. Classe 1991, Takoua è nata a Douz, nel sud della Tunisia ma all’età di otto anni si è trasferita a Roma, una città che lei stessa definisce “complicata”, dove “la gente è piena di pregiudizi” e dove “le campagne elettorali inducono a cercare negli stranieri il motivo delle difficoltà in cui versa la città, il capro espiatorio di una situazione di stress urbano.” Ma Roma è anche la città dove, nonostante tutto, si sente a casa. E’ cresciuta nei quartieri di Torre Maura e Torre Angela, periferie difficili della Capitale. Ha trascorso infanzia e adolescenza a Centocelle dove frequentava la moschea e l’oratorio della chiesa di San Felice in cui andava a giocare.

“A Roma ci sarebbero molte occasioni, eventi, manifestazioni per parlare e per fare intercultura – aggiunge Takoua - Tuttavia la difficoltà di coprire con qualunque mezzo di trasporto le lunghe distanze fra i quartieri e i luoghi di aggregazione la rende dispersiva. Si fa molto per promuovere l’intercultura ma c’è poca partecipazione per due motivi: il primo è che Roma è una città dove c’è molta gente di passaggio che non sente l’esigenza di impegnarsi per migliorare la città; il secondo è che i romani sono stressati dai ritmi di lavoro e dalle distanze che devono coprire quotidianamente per andare al lavoro”.   

 

Raccontare la storia con i fumetti. Takoua ha sempre avuto la passione per il disegno e per il giornalismo: ha fondato il blog “Fumetto Intercultura” quando aveva 14 anni e per lei è stato naturale approdare al graphic journalism, un genere sempre più apprezzato ma che risulta un ibrido difficilmente collocabile. “Il graphic journalism è per metà fumetto per metà reportage giornalistico ma non è considerato né l’uno né l’altro – spiega Takoua - non è né arte né letteratura ma per me è tutte e due. Indubbiamente soffre di una crisi di identità”.

Il graphic journalism rappresenta una ottima base per informarsi. Spesso il protagonista dei fumetti è lo stesso autore (giornalista) che riporta la realtà come la vede e inserisce il proprio punto di vista. Oggi fra gli autori più apprezzati ci sono giornalisti “tradizionali” che aggiungono il fumetto ai propri reportage come ad esempio Joe Sacco che ha scritto “Palestina” o Silvia Battaglia e Paola Cannatella, autrici di “La sposa yemenita”.

A volte i fumettisti diventano reporter come è accaduto a Zerocalcare, che ha scritto “Kobane calling” dopo aver viaggiato in Turchia, Iraq, Siria e Rojava per documentare la resistenza curda durante la guerra civile in Siria. “A differenza di un articolo giornalistico che resta legato alla dimensione quotidiana del giornale, il graphic journalism rimane nel tempo – aggiunge Takoua – inoltre rende più semplice l'accesso all’informazione rispetto a un articolo tradizionale che invece utilizza un linguaggio più forbito, che espone un punto di vista politico e dunque suona inevitabilmente più difficile. Nella sua semplicità, il graphic journalism fa sì che le storie siano comprensibili a persone di tutte le fasce d’età”.

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