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Matera (photo PierMarino Zippitelli)
La storia di Matera è scritta nel tufo
Pasquale Doria | 31 gennaio 2018

MATERA – Il tufo è friabile, non è una pietra dura. Eppure, racconta delle storie che stanno sfidando i millenni, basta saperle cogliere. Benché nascoste tra le pieghe del tempo, queste storie costituiscono ancora oggi uno straordinario concentrato di conoscenze, capaci di proiettarsi anche oltre la materia presa in se stessa, ovvero, al di là delle componenti calcarenitiche. Basta pensare al modo in cui il tufo veniva cavato. Un esempio facile facie. Il Mulino Alvino, oggi ridotto alla caricatura di se stesso, non si trova casualmente a ridosso dei più cospicui giacimenti di tufo della città. Significava avere materia prima a portata di mano, risparmiare un sacco di fatica, ma non solo: data l’ubicazione scelta, sulla via dei Peucezi, consentiva di partire prima degli altri verso i porti dell’Adriatico, dove più richiesto era il grano e la farina di qualità di Matera e dintorni. Arrivare prima sui mercati per conseguire un vantaggio preciso, riconducibile alla possibilità di stabilire il prezzo. Gli altri, quelli che arrivavano dopo, dovevano contentarsi e, se volevano vendere per forza di cose erano costretti a ridimensionare le loro richieste.
Questo è un dato di carattere economico. Ma si può andare oltre, in quanto interessante appare anche l’elemento simbolico. Ci sono due modi di cavare il tufo, quello per conto proprio, per modellare la propria casa, e quello che nel tempo è diventato un momento di imprenditorialità capace di sfornare maestranze ricercate perché specializzate, i cavamonti, detti zuccatori.
Partiamo da uno spazio piccolo, ovvero, da un’azione estrattiva eseguita per cavare i conci di tufo nella propria grotta, così da potere ottenere il materiale sufficiente e utile a chiudere con una facciata la propria abitazione. Evoca una pratica che rimanda alla psicologia del profondo. Uno scavo interiore che è facile associare all’inconscio del singolo, per quanto, unito a quello degli altri, si è sviluppato fino a dare luogo a una grande rappresentazione collettiva, ovvero un’architettura senza architetti. Questo è uno degli effetti “speciali”, quasi magici e più potenti che esprimono gli antichi rioni Sassi. Scavare e diventare provetti litotomi in proprio, tagliatori di pietre da squadrare per costruire qualcosa che andava molto oltre la materia: quasi un moto primordiale che metteva in relazione diretta il nome della città, Matera, madre ancestrale nel cui ventre generoso accoglieva i suoi figli, uno a uno.
L’altro momento costruttivo si discostava da questa dimensione singolare e diventava plurale, nel senso che per l’edificazione di fabbricati più articolati, pensiamo ad alcuni palazzi e luoghi di culto della città, le pratiche estrattive richiedevano una quantità molto più grande di materia prima. Per lavorare questa materia – entra ancora in gico l’accostamento con il nome di Matera – occorrevano vari accorgimenti, tra cui la capacità di riconoscere la qualità della roccia da utilizzare. Ecco che intervenivano figure specializzate e mezzi di produzione che inevitabilmente incidevano a vari livelli: dentro spazi enormi e quindi nel paesaggio, tanto per iniziare. Le cave a cielo aperto dovevano soddisfare questo tipo di esigenze, qualitative e quantitative. Si pensi alla Vaglia, oppure alla Palomba, grandissimi giacimenti di tufo, ma non lontani dalla città. Era il dominio assoluto della materia, per quanto, nelle tufare diventavano loro i protagonisti, gli zuccatori, che il lavoro lo conducevano e lo svolgevano a cielo aperto, sotto gli occhi di tutti e senza sbagliare. E’ da questo momento che iniziava ogni edificazione futura.
Si capisce bene che tra i due modi di cavare il tufo la differenza è abissale, la seconda modalità è un’attività produttiva vera e propria, non per se stessi, per il fabbisogno personale, ma destinata a un mercato. Altra cosa è quella di procedere per sottrazione nella propria casa, il libero mercato non arrivava a queste profondità, intese nel senso più simbolico del termine. Basta guardare un altro elemento che solitamente sfugge, perché è forse dato per scontato: le linee delle tufare sono ortogonali, si lavorava sui binari della precisione, una razionalità tutta legata ai mezzi e ai tempi di produzione. Nelle umili abitazioni private è invece un trionfo di linee curve. Non è però questa un’interpretazione dello spazio che ci circonda? Non è forse curvo lo spazio? Una metafora potente perché anche lo spazio interiore di ognuno non è certo tutto razionale e squadrato, perché ognuno deve vedersela tutti i giorni con il suo io, con l’inconscio e una infinità di pulsioni. Insomma, si potrebbe parzialmente chiudere il discorso ammettendo l’unità, l’insieme dei due spazi che hanno interagito e concorso a dare alla città antica la sua forza e irripetibile unicità. Ed è quella che ancora riesce a suscitare i più svariati interessi, a catalizzare la nostra attenzione, mai paga di capire, perché è certo: da soli o insieme, abbiamo ancora molto da scavare, non possiamo non farlo.

(foto: profilo facebook Pasquale Doria)

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