Silvano Trevisani è giornalista, racconta da 40 anni Taranto e la Puglia
Strage di braccianti, lo schiavismo che nessuno vuol vedere
Silvano Trevisani | 7 agosto 2018

La doppia strage dei braccianti extracomunitari forse riuscirà a scuotere, per qualche giorno, le coscienze. Anche se l’ondata di stampo razzista attenuerà il dolore per tante vite che ci erano estranee da vive e lo resteranno ancora più dopo la morte. Volti che confondiamo volentieri e accomuniamo in un sentimento di repulsione inumana e insensata. Si era da poco deciso un omaggio alle quattro vittime dell’incidente di sabato a Foggia, che una nuove drammatiche notizie si sono intersecate sulle reti televisive, sempre da quella parte della Puglia, impastando, anche in maniera un po’ superficiale e con qualche confusione “agostana” pomodori e farinacei, col sottofondo di fiamme provenienti da Bologna.

Solo pochi mesi fa i sindacati avevano festeggiato l’emanazione delle nuova legge sul caporalato che, nell’utopia pansindacale, avrebbe risolto i problemi. Non è stato così e non lo sarà, poiché il problema del caporalato è sfociato in quello dello schiavismo, che è stato sempre il leit motiv del lavoro nelle campagne, dalle coltivazioni del cotone nel Stati meridionali americani all’avvento dei caporali motorizzati, passando per Portella della Ginestra. E il motivo non è neanche tanto recondito: le mafie vecchie e nuove stringono nella morsa l’agricoltura meridionale: se non gestiscono direttamente terre e latifondi, impongono prezzi da fame ai produttori, che spesso inducono a comportamenti amorali (quando non sono già predisposti per natura!) perché spesso sono indotti a servirsi di lavoro a prezzo disumano essendo disumani i prezzi d’acquisto. Questo vale per i pomodori ma vale anche per la frutta, per le angurie, ad esempio, che molti non stanno neppure raccogliendo, dalle nostre parti, poiché la raccolta è antieconomica. Si sa che agli agricoltori arriva circa il 10% del prezzo finale del prodotto, per cui se si trovano angurie a 10centesimi al chilo, l’agricoltore ne instasca uno. il che significa che per guadagnare un euro deve fornire un quintale di angurie! Fatevi voi le proporzioni. Per incassare mille/duemila euro deve vendere mille quintali!

La camorra ha in mano gran parte del mercato e… della concorrenza. Anche quella che proviene dall’estero, sulla quale ci sarebbero molte altre cose da osservare. Magari in un’altra occasione. La criminalità può agire in vari modi: imponendo prezzi, danneggiando le produzioni, lasciando marcire il prodotto, non pagandolo.

Se poi teniamo conto che gli ispettori del lavoro sono pochissimi e disincentivati a svolgere il proprio ruolo, dovendo spostarsi a proprie spese e senza nessun tipo di protezione, è evidente che anche i produttori bendisposti, che riescono a sottrarsi dalle maglie della criminalità, non sono incentivati a comportamenti corretti.

Ma non stiamo accusando, quindi, le categorie dei produttori agricoli, che meritano anzi la nostra comprensione, solo: non possiamo assolverle del tutto. Vogliamo solo sottolineare che il tema della legalità nelle campagne, che abbiamo già altre volte affrontato in questa pagina, non è assolutamente affrontato in maniera idonea, soprattutto in un Paese che sostiene la centralità dell’agricoltura. E così alle stragi delle donne sottopagate e sballottolate da una regione all’altra subentrano le stragi di operai neri. Dei quali non sarà facile ricostruire in tempi brevi l’identità e le lacrime si pagheranno a rate, lasciando tutto il tempo per asciugarsi.

 

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