Ilva, chi vorrebbe mettersi nei panni scomodissimi di Di Maio?
Silvano Trevisani | 20 giugno 2018

Nei panni del ministro Luigi Di Maio, in questi giorni, si sta molto scomodi. La vicenda Ilva potrebbe essere la prova del nove per un giovane politico ambizioso, espressione di un movimento ancor più ambizioso che ha fatto molto sognare. Ma districarsi non sarà per niente facile. Ancor più dopo aver ascoltato le parti (quasi tutte) interessate alla vicenda che è ugualmente grande come quella dei migranti, ma certamente meno sfruttabile demagogicamente.

Nei giorni di audizione, il ministro ha ascoltato, e finirà di ascoltare, le posizioni molto distanti di chi vuole acquisire, almeno temporalmente, lo stabilimento, di chi punta a salvaguardare i posti di lavoro, difficilmente rimpiazzabili, di chi presume di avere invece le ricette giuste per rimpiazzarli, ma lo deve dimostrare, di chi pensa di giungere alle bonifiche attraverso la tenuta in attività dello stabilimento, anche se i primi tentativi (vedi la copertura dei parchi minerali) non promettono niente di buono, di chi chiede comunque di chiudere l’Ilva a tutti i costi, succeda quel succeda. Virtualmente, tutti hanno ragione, o comunque ne hanno una porzione non disprezzabile. Nessuno ha ragione al 100%, certo neanche io che scrivo questa nota. Ma di sicuro, qualsiasi cosa penserà di fare Di Maio scontenterà una parte degli interlocutori. Solo se avesse la bacchetta magica e potesse, ad esempio, riconvertire nel giro di due anni metà dello stabilimento in altre imprese in grado di assumere gli esuberi e nel contempo bonificare totalmente e tenere in vita solo la parte meno inquinante della produzione siderurgica per non cancellare del tutto un settore strategico, e tutto questo senza perdere un posto di lavoro e magari creandone: allora sì che avrebbe vinto la sua battaglia. Ma staremmo nel mondo del sogni, comunque in un altro Paese.

Non è l’unica patata bollente che Di Maio si è presa nelle mani, perché anche il reddito di cittadinanza è molto in dubbio, ma per la semplice ragione, da sempre risaputa, che non ci sono assolutamente i soldi necessari, mentre il suo collega di vicepresidenza va sbandierando successi sul fronte dell’immigrazione, che non ha assolutamente ottenuto e che difficilmente otterrà. A meno che l’Europa non sia in grado davvero di agire unitariamente per annullare le “ragioni” dell’esodo dall’Africa e non le “pratiche”. Infatti è del tutto inutile intervenire sulla tratta, con hotspot in Africa o campi di concentramento alla Trump, perché sarebbe come tentare di evitare l’allagamento premendo la mano sotto il rubinetto rotto non sapendo cosa fare per bloccare l’acqua.

Ma intanto Salvini se la spassa, spargendo sorrisi e acquisendo consensi e domani accuserà l’alleato di non essere stato in grado di risolvere problemi che lui, del resto, in entrambi i casi, avrebbe risolto drasticamente, accontentando pochi e scontentando molti.

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