L'Italia che non odia ma pensa c'è: "Finora siamo stati silenziosi"
Il vero partito di maggioranza nel Paese è quello degli haters? A quanto pare sì. Ma c'è una percentuale di italiani che nessun partito o movimento riesce a intercettare e che ha come unico paladino il Presidente Mattarella
Ambra Avenia | 6 febbraio 2019

Ha ragione Mattarella quando dice “è l’immagine dell’Italia positiva che deve prevalere”. Siamo diventati talmente assuefatti da una cultura dell’odio, che spesso ci dimentichiamo della parte più umana dell’Italia, la quale finora ha lavorato in silenzio. Secondo una ricerca condotta nel 2018 dal settimanale L’Espresso, il nostro Paese è quello con il dibattito online più violento rispetto alla Francia, la Germania e la Svizzera. La ricerca ha analizzato oltre 40mila messaggi ricevuti da politici di questi quattro Paesi sui loro profili pubblici Twitter e Facebook, per quattro settimane. I risultati mostrano come il dibattito politico italiano sia quello più compromesso da commenti offensivi e insulti, seguito immediatamente da quello francese.

 

Nonostante questi commenti costituiscano solo il 6% del totale dei commenti, spesso chi cerca un confronto genuino su alcuni temi si sente sopraffatto da questa aggressività. Dai risultati della ricerca citata, un commento su dieci tra quelli lasciati nei social dai politici del centrodestra sono offensivi nei confronti di altri, più di tutti gli altri partiti italiani ed più di quanto non lo siano quelli dell’estrema destra francese del Front National. Mentre il Movimento 5 Stelle è il partito che registra meno critiche nei suoi confronti nelle proprie pagine. Inoltre, il numero di offese e insulti rivolti alle donne leader di una formazione politica o che ricoprono una carica pubblica sono quasi il doppio di quelli rivolti ai loro colleghi uomini (l’8% contro il 4,8%). Ovviamente, nella maggior parte dei casi, si tratta di offese e insulti che hanno per lo più natura sessista: basti pensare ai commenti volgari e offensivi al fisico ed ai look rivolti a Maria Elena Boschi, o a Laura Boldrini, per citarne alcuni.

 

 

Sui social le persone generalmente si sentono legittimate ad esprimersi in maniera aggressiva, facendosi scudo dello schermo del proprio computer o iphone, sentendosi spesso avallati dai loro leader politici. Così, nell’Italia dell’era dei social le conversazioni in rete si fanno prima terra di conquista elettorale. E l’intolleranza sembra aver ripagato con risultati elettorali ormai noti. E non c’è nulla di meglio, per l’elettore medio, che rinforzare i propri credo se non attraverso un continuo dilagare di fake news. Secondo un’indagine dell’ Agcom, condotta su milioni di dati provenienti da più di 1.800 fonti di informazione e disinformazione, in Italia le fake news hanno più visibilità delle notizie vere. Circa il 57% della produzione di contenuti fake in Italia riguarda argomenti che presentano un forte impatto emotivo e che possono essere motivo di divisioni e discussione accese sui social, come i fatti di politica e cronaca, o di carattere scientifico.

Ed è in questo cocktail esplosivo di discorsi dell’odio (hate speech) e bufale (fake news) che il silenzio cessa di essere uno strumento di riflessione, ma sintomo di arresa alla sopraffazione del rumore circostante. Nel 2019, nell’era digitale, in cui le piattaforme social prendono il posto delle piazze per il confronto non più umano, il mantenere la distanza dal confronto dialettico non è più la scelta migliore. Il silenzio non è d’oro. Al contrario, abbiamo l’obbligo morale di tenere queste persone dell’odio e delle fake news in scacco. Di controbilanciare le urla xenofobe, con le nostre urla di richiamo all’umanità. Ma ancora di più abbiamo il dovere di mostrare a chi intraprende queste battaglie virtuose che il nostro appoggio c’è. Che non sono soli. Che finora siamo stati silenziosi, ma non assenti. Che non siamo una minoranza, ma siamo una maggioranza che finora ha deciso di non intraprendere una gara al ribasso, a chi urlava più forte. Il silenzio è diventato isolamento dagli altri che la pensano in modo simile. Il silenzio è diventato abbattimento del confronto e del ragionare insieme. Il silenzio è diventato una rinuncia alla democrazia, quella che costruisce, quella che sogna una società migliore. Il silenzio è stato sopraffatto dal rumore dell’ignoranza unita all’odio incontrastato. Perché prima si decideva di non voler scendere sullo stesso piano di chi inveisce sui social. Non volevamo iniziare quei dibattiti che “non portano a niente” con quegli amici/parenti/conoscenti che condividono contenuti palesemente razzisti, sessisti e fascisti. Perché pensavamo che “tanto non cambieranno idea”. Forse è vero, non cambieranno idea. Si sperava che lasciandoli abbaiare prima o poi si sarebbero resi conto che si sbagliavano. Invece eravamo noi che ci sbagliavamo. I cosiddetti haters (quelli che odiano) rinforzano le presunzioni degli altri haters, si acclamano fra di loro, si rinforzano fra di loro, si “likano”, si condividono, si retweettano. E noi con il nostro silenzio, la nostra presunta superiorità stilistica, morale ed intellettuale abbiamo isolato chi provava a combattere queste guerre contro l’odio. Anche rimanendo in silenzio sui social.

 

Nel 2019 il like, il commento, la condivisione ed il retweet vengono contati. Formano dati. Dati che vengono ripresi dai leader politici (o aspiranti tali) per cavalcare i trend delle piattaforme social, per ingigantirli e per rinforzarli. E per rilanciarli. E così finisce che chi non partecipa a questo circo di like, condivisioni e retweet non solo non partecipa ai dibattiti politici, ma sarà succube dell’agenda decisa da altri. Da quelli che fanno rumore. Le nostre interazioni sui social possono amplificare l’eco dei messaggi migliori, possono contribuire ad amplificare la nostra cassa di risonanza.

 

 

*L'autrice è consulente in sviluppo internazionale, laureata in relazioni internazionali e studi sull’Asia e l’Africa e in economia internazionale e studi europei 

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