L'Olocausto e Hitler, l'ometto adulato dalle masse e odiato dagli avversari politici
Gianni Svaldi | 27 gennaio 2019

A poche ore dalle celebrazioni per la Giornata della memoria 2019 mi faccio la stessa domanda che mi sottopongo oramai da quasi 10 anni. A suggerirmela la prima volta fu una lettura, “Carnefici, vittime e spettatori” di Raul Hilberg. La sintetizzo così come mi passa tutte le volte per la testa: come ha potuto un perdigiorno, di scarsa cultura, senza doti apparenti particolari, convincere il popolo più moderno agli inizi del secolo scorso a compiere l'Olocausto?

A convincere piccoli e apparentemente innocui cittadini, burocrati, negozianti, fornai, operai a prendere parte all'Olocausto, allo sterminio di sei milioni di ebrei? Ho cercato per anni una risposta definitiva. Ne ho trovata una almeno soddisfacente qualche tempo fa in un altro libro. Che in poco è diventato la mia guida per leggere il passato e guardare con sospetto al futuro. Si chiama “Hitler”, l'opera portentosa dello storico inglese Ian Kershaw. Lo studioso inglese scrive una cosa che mi ha colpito molto e mi colpisce ancora nella prefazione del suo libro: “Hitler era visto dai suoi conoscenti come un tipo strano, talvolta ridicolo e deriso, non come un possibile leader nazionale. Dal 1919 in poi, cambiò tutto: egli divenne oggetto di una crescente (e nell’ultimo periodo addirittura sconfinata) adulazione da parte delle masse e di un odio profondo da parte dei suoi oppositori politici”. Perciò, le ragioni del successo di Hitler vanno cercate non tanto nella personalità di quest’ultimo, “quanto nelle mutate circostanze di una società traumatizzata dalla sconfitta militare, dallo sconvolgimento rivoluzionario, dall’instabilità politica, dalla crisi economica e culturale. In qualsiasi altro contesto, Hitler sarebbe sicuramente rimasto una nullità almeno completa”.

Devo confessare che guardando ai nostri tempi attraverso le lenti di questa risposta quello che vedo non ha nulla di rassicurante.

 

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