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Marie Curie, nel 1903 "Nobel per la fisica" per lo studio sulle radiazioni e, nel 1911, "Nobel per la chimica" per la scoperta del radio e del polonio
Donne e scienza, storia di un pregiudizio
Alla scoperta del preconcetto che vede le capacità femminili inferiori a quelle maschili nello studio delle discipline scientifiche e tecnologiche
Tiziana Sforza | 4 ottobre 2018

“La fisica non è donna”. Parola di Alessandro Strumia, fisico dell’Università di Pisa ed ex collaboratore del Cern. Questo punto di vista, esternato nello stupore generale durante la conferenza “High Energy Theory and Gender”, gli ha valso la sospensione immediata dalle attività svolte presso il Cern, un procedimento etico da parte dell’Università di Pisa e la sospensione da parte dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn).

La sua affermazione era supportata, come nella migliore tradizione scientifica, da formule matematiche atte a dimostrare che gli uomini si interessano di più alle “cose” – il che li renderebbe più adatti alle professioni scientifiche - e le donne si interessano più alle “persone” – caratteristica che le renderebbe più portate per le discipline umanistiche.

“La fisica è una comunità di interesse ottimizzata per comprendere la natura, è aperta alle persone di valore di ogni background, richiede regole molto selettive e una grande cultura” prosegue Strumia nella sua arringa, abbracciando la teoria secondo la quale le donne sono sotto-rappresentate nella comunità scientifica in quanto meno brave a causa di una diversità intrinseca che emerge sin dalla nascita, dunque precedente all’influenza esercitata dalla società sulla scelta delle bambine.

Un concetto analogo era stato già espresso nel 2005 da Lawrence Summers, presidente dell’Università di Harvard, che aveva dovuto dimettersi  dopo aver sostenuto che le donne hanno minore successo nella carriere scientifiche non a causa di una forma di discriminazione da parte della comunità scientifica bensì per differenze innate legate al sesso.

 

Per fortuna teorie di questo genere vengono smentite dai fatti: il 1° ottobre Donna Strickland si è aggiudicata il terzo posto del Nobel per la Fisica. “Dobbiamo festeggiare la vittoria di una donna che si occupa di fisica, perché noi ci siamo. Si spera che con il tempo la nostra presenza diventi sempre più importante”, ha commentato la sua vittoria la fisica canadese. Strickland, che aveva partecipato alla messa a punto del metodo “chirped pulse amplification” (CPA) quando faceva il dottorato all'università di Rochester, è la terza donna a ricevere il Nobel per la Fisica. Prima di lei c’erano state Maria Goeppert-Mayer, che nel 1963 aveva vinto l’ambito premio per i suoi studi sulla configurazione dell'atomo, e Marie Curie, che lo aveva vinto nel 1903 per i suoi studi sulle radiazioni. Anche le statistiche del Nobel dovrebbero farci riflettere sulla sotto-rappresentazione sistematica delle donne: nelle 108 edizioni del premio Nobel, a prescindere dalla disciplina, sono state premiate 49 donne a fronte di 925 uomini.

 

Le origini del “gap gender”

Dove ha origine questo gap che vede una presenza femminile inferiore a quella maschile nello studio delle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) e, di conseguenza, nelle professioni a orientamento scientifico-tecnologico?

Sulla presenza delle donne nel mondo scientifico incide l’accesso delle donne alle tecnologie: secondo l’ITU, l’agenzia dell’Onu specializzata nell’ICT,

le donne che in tutto il mondo hanno accesso alle tecnologie sono 250 milioni in meno degli uomini. Per questo l’ITU, insieme ad UN Women, International Trade Centre, GSMA e la United Nations University, nel 2016 ha messo a punto “EQUALS – The Global Partnership for Gender Equality in the Digital Age”, un programma dedicato alle donne vorrebbero lavorare o che già lavorano nel digitale.

 

Sicuramente il divario inizia sin dalla scuola. Secondo la ricerca “European Girls in STEM”, commissionata da Microsoft al professor Martin Bauer del dipartimento di Psycological and Behavioural Science della London School of Economics, solo il 12,6 per cento delle studentesse italiane sceglie facoltà universitarie scientifiche, appena il 13,3 per cento lavora in ambito ingegneristico e un misero 6,4 per cento lavora nell’ICT. La ricerca ha analizzato un campione composto da 11.500 ragazze tra gli 11 e i 30 anni di 12 paesi (Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Regno Unito, Russia e Slovacchia) dimostrando che le studentesse italiane abbandonano l’interesse per le discipline STEM intorno ai 17 anni, mosse dal timore che non avranno le stesse opportunità dei loro colleghi uomini in questo settore del mercato del lavoro.

Eppure le studentesse italiane risultano ai primissimi posti per interesse nei confronti di scienza e informatica, il 41,7 per cento adora la matematica e il 49,2 per cento si sente portata per l’informatica.

Il posto di lavoro non dovrebbe costituire un problema: infatti nel 2020 l’Europa necessiterà di almeno 900mila tecnici specializzati, ad oggi non disponibili. Se un uguale numero di donne e di uomini si affacciasse al mercato del lavoro digitale, il PIL europeo registrerebbe una crescita di 9 miliardi di euro annui.

 

Si sofferma sul ruolo giocato dalla scuola anche la ricerca  “Donne e digital transformation: binomio vincente”, condotta da NetConsulting Cube per conto di CA Technologies su un campione di responsabili delle risorse umane e direttori dei sistemi informativi di 60 aziende italiane e di 225 studenti di licei e istituti professionali. Emerge che, sin dalla scelta dell’università, le ragazze puntano principalmente su marketing, amministrazione e gestione delle risorse umane. Una su quattro sceglie di studiare informatica e neanche una su tre sceglie ingegneria. Di riflesso, le aziende incontrano difficoltà nel trovare donne a cui far ricoprire ruoli tecnico-scientifici e lamentano resistenze culturali e condizioni di lavoro a volte sfavorevoli alla crescita di figure femminili in ruoli che potrebbero invece contribuire all’innovazione di prodotto e di servizio.

Nelle 60 aziende coinvolte nella ricerca, i dipendenti che ricoprono ruoli tecnico scientifici rappresentano il 30 per cento, di cui il 13 per cento è rappresentato da donne.

Dai dati raccolti emerge che nel 64% delle aziende meno del 10% delle donne in ambito STEM ricopre ruoli dirigenziali e la retribuzione delle professioniste in ambito tech e IT è inferiore del 36% delle aziende coinvolte.

La ricerca analizza in particolare la rappresentazione delle donne nelle otto le professioni legate alla trasformazione digitale e all’innovazione: Data Protection Officer, Digital Information Officer, Cyber Security Expert, Big Data Engineer, Mobile Application Developer, Data Scientist, Esperto in Metodologie Agile e Internet of Things Expert.

Sono bassi i numeri delle donne che lavorano nei ruoli tecnici più innovativi all’interno delle strutture informatiche delle aziende intervistate: 25% tra i Big Data Engineer e i Digital Information Officer, fra il 15% e il 25% tra gli esperti di Internet of Things, cybersicurezza, dati e applicazioni mobile. “Esperto in metodologie Agile” (la capacità di sviluppare in modo rapido e veloce applicazioni software) risulta l’unico ruolo in cui la presenza femminile raggiunge il 50 per cento. Nessuna donna è associata al ruolo di Data Scientist.

Ai responsabili delle risorse umane è stato chiesto quali siano i soft skill più richiesti per le professioni del futuro: apertura al cambiamento, collaborazione e teamworking, creatività, capacità di problem solving e orientamento al cliente. Ma pare che non sempre le donne posseggano queste caratteristiche: appena il 23 per cento ritiene che le donne siano aperte al cambiamento e circa il 26 per cento ritiene che le donne siano creative. Punti di forza delle donne sarebbero invece il problem solving e il multitasking. Peccato che quest’ultima caratteristica non sia ritenuta importante ai fini delle performance lavorative dal 40 per cento del campione intervistato.

Il 95 per cento dei responsabili delle risorse umane ritiene tuttavia che una maggiore presenza femminile contribuirebbe a far crescere il business, soprattutto alla luce della crescente richiesta di prodotti high tech personalizzati da parte delle consumatrici.

Eppure si fa fatica ad assumere donne per posizioni tecniche. Secondo i responsabili delle risorse umane questo dipende dalla scarsa la disponibilità di laureate in discipline STEM, dal basso interesse delle donne verso le professioni IT e dalle brevi o scarse esperienze lavorative pregresse in ruoli tecnico-scientifici. Altri ostacoli sono di tipo prettamente culturale e organizzativo: difficoltà a conciliare i tempi del lavoro con quelli familiari, stereotipi di genere associati alle professioni scientifiche, minori possibilità di far carriera rispetto agli uomini, scarsa applicazione di soluzioni lavorative part-time, flessibili o di smart working.

Non si discosta molto il punto di vista dei direttori dei sistemi informativi: il 79,1 per cento ammette che per una donna è più difficile fare carriera in ambito tecnologico rispetto a un uomo, il 75 per cento pensa che le donne siano sottorappresentate nelle posizioni manageriali e di responsabilità.

 

Le stesse ragazze sono imbrigliate nei pregiudizi della società e del mercato del lavoro: la percentuale di studentesse che immaginano un futuro in ambito informatico è inferiore al 5 per cento, a fronte del 22 per cento degli studenti.

Insomma, la rivoluzione digitale nelle imprese italiane presenta una connotazione prevalentemente maschile e il “gender gap”, sebbene si stia pian piano riducendo, rappresenta ancora una nota dolente nella cultura industriale e nel mondo dei servizi tecnico-scientifici.

 

Donne scienziate discriminate anche negli USA, la risposta della Silicon Valley

Le donne non se la passano meglio neppure negli Stati Uniti, patria delle più famose start up che si sono distinte fino a diventare colossi del mondo digitale e dove, fra il 2002 e il 2016, “le quote di posti di lavoro e occupazioni USA che richiedono una conoscenza digitale sostanziale sono aumentate rapidamente”. Il rapporto del Brooking Institution dedicato alla composizione della forza lavoro americana sottolinea una forte sotto-rappresentazione delle donne negli ambiti professionali legati all’alta tecnologia, nonostante nella popolazione femminile sia stata riscontrata una migliore capacità di gestione delle competenze specifiche: le donne intervistate nel rapporto hanno ricevuto un punteggio di 48 contro i 45 punti assegnati agli uomini in ambito digitale. Ciononostante, gli uomini ricoprono comunque più posti di lavoro in informatica, ingegneria e management.

 

Anche oltreoceano questa storia di disparità comincia dalla scuola. Sebbene alle scuole superiori la percentuale di successo in test scientifici sia pari tra ragazzi e ragazze, alla fine il numero di iscrizioni femminili a facoltà ingegneristiche rappresenta solo il 20 per cento. Le cause? Gli autori della ricerca adducono la mancanza di un adeguato supporto da parte degli insegnanti e lo scarso numero di modelli di riferimento femminili nelle professioni scientifiche, a cui si aggiunge la scarsa fiducia in sé da parte delle ragazze quando approcciano argomenti scientifici, soprattutto se in contesti dominati dagli uomini.

Una volta conseguita la laurea, negli USA una laureata in ingegneria su tre non pratica la professione. Uno dei motivi è legato ad una cultura lavorativa tradizionalmente abituata ad una predominanza maschile, con ostacoli alla carriera per le donne. Inoltre, stando a quanto rilevato dall’American Association of University Women, la differenza retributiva fra uomini e donne che svolgono professioni scientifiche si aggira attorno al 15 per cento.

 

Per rispondere a questa situazione, grandi aziende che operano nel digitale del calibro di Facebook, Apple, Twitter, Google, Netflix, Uber, sono già impegnate in una riorganizzazione della propria forza lavoro che prevede un incremento del numero delle donne. Non è solo attenzione alla diversity e all’inclusione, ma è anche questione di business: la società di consulenza McKinsey ha stimato che, azzerando il “gender gap” entro il 2025, l’area della Silicon Valley potrebbe accrescere il proprio PIL di 9 punti percentuali, pari a circa 25 miliardi di dollari.

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