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Il parco di Roman
Per capire dove sbaglia l'Italia serve andare in Romania
A Roman (Moldavia), dove di certo non sono ricchi, i cittadini condividono e valorizzano gli spazi comuni
Silvano Trevisani | 2 ottobre 2018

“Una città che risponde alle antiche difficoltà ed alle crisi attuali, dandosi da fare per il benessere della intera collettività." Questa dovrebbe essere la finalità della Biennale di prossimità, una manifestazione voluta dalla Rete nazionale che a maggio del prossimo anno si svolgerà a Taranto. Cosa vuole dire esaltare la prossimità? Significa essenzialmente esaltare il rapporto con gli altri per il benessere comune, un modello di convivenza che ci faccia riscoprire il gusto di condividere la vita cittadina, come indicò proprio a Taranto Giovanni Paolo II nell’indimenticabile visita dell’ottobre 1989.

All’interno degli obiettivi, che riguardano i bisogni comuni, vi è evidentemente la constatazione che la nostra società, prigioniera della formalizzazione dei rapporti, del primato dell’economia e della sudditanza verso la burocrazia, ha perso il gusto della vita cittadina, della condivisione del bene comune, quindi anche degli spazi comuni, del concetto stesso di comunità cittadina, che dovrebbe comportare il rispetto per le cose comuni e la loro valorizzazione. Non possiamo nascondere che le nostre città non vivono gli spazi pubblici e non li valorizzano, se non sono quelli dedicati strettamente al consumo: d’estate le nostre piazze (e non solo d’estate) diventano immensi ristoranti a cielo aperto, d’inverno, (e non solo), ci rifugiamo negli ipermercati che sono gli unici spazi condivisi, che per questo si ha paura di tener chiusi la domenica.

Ma è stato sempre così? Non credo e comunque non è dappertutto così. Mi è capitato nei giorni scorsi di tornare, a tre anni di distanza, nella Moldavia rumena per un convegno internazionale di critici letterari, ospitati dalle istituzioni locali di Roman, nella provincia di Neamt.

Tre anni fa ero stato, per la stessa manifestazione a Patra Meamt, località bellissima dei Carpazi, a poche decine di chilometri da Roman, ed ero rimasto impressionato da come, in una città tutt’altro che opulenta, i cittadini condividesseno e valorizzasseno gli spazi comuni. La nuova esperienza a Roman mi ha confermato nella mia convinzione. Roman è una città di 71.000 abitanti. Ha una biblioteca comunale in un’antica struttura meravigliosa con 125.000 libri, conservati con i più moderni e tecnologici metodi e sale di consultazione tecnologicamente avanzate; ha un Museo d’arte contemporanea, dedicato ad artisti storici della regione. Al centro della città vi è un parco di 17 ettari: tre volte villa Peripato, una volta e mezza il parco Cimino.

Al centro vi è un laghetto artificiale, abitato da molte specie di animali e da cigni bianchi, grigi e neri, nel quale si può fare un giro in barchetta. In mezzo c’è un’isoletta nella quale campeggia una scultura di Brancusi che, come Tristan Tzara era rumeno. Inoltre il lungo percorso interno è ecologico, fatto con sezioni di tronchi, vi è un grande parco giochi vigilato e recintato per i soli bambini; vi è un piccolo zoo di animali esotici, sul quale vigila un Museo di scienze naturali che lo affianca. A tutti gli uomini illustri della città, e non sono pochi, è dedicato un busto al centro del parco.

Vi sono numerosi spazi ristoro a cui ragazzi ordinatissimi accedono previe lunghe file. Nel parco, pulitissimo e vigilato, che chiude alle 20, tutte la famiglie possono trascorrere una domenica divertente e sana. E in Romania, contrariamente all’Italia: i bambini ci sono! Si vede che i cittadini sono orgogliosi e rispettosi di questo immenso polmone verde, perfettamente tenuto.

Potrei descrivere molte altre cose, come la cattedrale ortodossa cinquecentesca patrimonio Unesco, l’immenso convento dei cappuccini le cui scuole di ogni ordine e grado svolgono servizio anche per gli ortodossi che sono qui la stragrande maggioranza (e il Comune paga la retta), come i castelli nobiliari statalizzati dal regime comunista, visitabili a pochi chilometri con giardini esotici. O il centro pedonale, che è davvero singolare: al di sotto del piano stradale è ricco di locali caratteristici e negozietti... ma non voglio passare per un procacciatore della locale Azienda di soggiorno, sapendo bene di parlare di una città nella quale parte del traffico veicolare è ancora composto da mezzi “a trazione animale”. Gli impiegati comunali ricevono uno stipendio inferiore ai 300 euro e non si vive da nababbi. Gli emigranti sono tanti, ma le loro rimesse consentono una forte espansione edilizia: segno che la maggior parte di loro punta a tornare. Come Nino, fotoreporter che ci ha accompagnati e che ha girato per lavoro ogni angolo della Terra e conosce l’Italia meglio di noi. Eppure il gusto della vita cittadina e l’orgoglio delle cose comuni, che si avvale anche di una vigilanza costane ma discreta (a proposito: la disciplina di polizia è rigida e forse per questo i malviventi vengono tutti da noi!) è sorprendente. In tutte le strutture pubbliche, le scuole, gli uffici, ci sono fiori e piante curate in tutti gli spazi e su tutti i davanzali, La gente, nonostante la povertà, è felice e orgogliosa e ti saluta sempre incrociandoti per strada. Quando entra in pizzeria è come se vincesse il superenalotto. Mi dicevo: somiglia all’Italia degli anni del boom, che si lasciava la guerra alle spalle, e speriamo che non succeda anche a loro, che sono in crescita evidente, ciò che è accaduto anche a noi: che continuino cioè a provare il gusto di condividere e rispettare le cose comuni e di sentirsi cittadini di uno stesso paese, anche quando la povertà sarà sconfitta. Come a noi non capita più.

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