Odiatori ossessionati dai migranti ma ci sono anche disabili, ebrei e gay
La “Mappa dell’Intolleranza” fotografa l'Italia attraverso quello che viene pubblicato sui social. Chi sono e dove abitano gli italiani che odiano con la bava alla bocca omosessuali, ebrei, disabili, migranti e musulmani
Tiziana Sforza | 29 agosto 2018

Giunta alla terza edizione, la Mappa dell’Intolleranza (pubblicata di recente) fotografa un’Italia in cui, anno dopo anno, aumenta l’odio in rete espresso nei confronti di migranti, musulmani, ebrei.

Ideata da Vox - Osservatorio Italiano sui diritti – e realizzata in collaborazione con l’università Statale di Milano, l’università di Bari, La Sapienza di Roma e il dipartimento di sociologia dell’Università Cattolica di Milano, nel terzo anno di rilevazione ha analizzato i tweet pubblicati in tutta Italia del periodo compreso tra maggio-novembre 2017 e marzo-maggio 2018.

Emerge una correlazione con i temi della campagna elettorale italiana e con le politiche del governo in carica: in rete sono aumentati i tweet riconducibili ad atteggiamenti xenofobi e islamofobi. Infatti nel 2017 la percentuale dei tweet dell’odio rappresentava il 32,45 per cento del totale, nel 2018 è salita al 36,93 per cento registrando un salto di 4 punti percentuali.

Ma qual è il legame fra odio veicolato on line, magari nascosto dietro a un nickname o un profilo fake, e le azioni della vita reale? L’estremismo online può portare, prima o poi, a forme di estremismo offline: il ricorso a un certo tipo di linguaggio (hate speech) è strettamente legato alla presenza di episodi di violenza (hate crimes).

 

L’odio al tempo dei social

Un tempo venivano scarabocchiati sui muri gli slogan intolleranti contro i più disparati gruppi sociali presi di mira a seconda del periodo storico e degli umori della gente. Oggi quei muri sono virtuali e fanno leva sui social media come canale di incitamento all’intolleranza e all’odio verso i gruppi minoritari.

In seguito all’elevata diffusione degli smartphone in praticamente ogni fascia della popolazione, gli italiani sono fra i più presenti sui social: secondo il 51° Rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis, pubblicato nel dicembre 2017, oltre la metà degli italiani usa i due social network più popolari, ossia Facebook (56,2%) e YouTube (49,6%). Il 13,6% utilizza Twitter, il social preso in considerazione per la realizzazione della “Mappa dell’Intolleranza” di Vox. La diffusione su larga scala dei device mobili facilita la possibilità di avere accesso ai social network. Il rapporto evidenzia anche che negli ultimi anni i comportamenti degli adulti di età compresa tra i 30 e i 44 anni sono diventati sempre più simili a quelli degli under 30, quindi più impulsivi e meno attenti alle conseguenze che possono derivare da gesti e parole diffusi in rete.

Secondo il rapporto “Digital in Italia 2018” condotta da We Are Social e Hootsuite, in Italia il 73% della popolazione è online (43 milioni di persone), con 34 milioni di utenti attivi sui social media. Nel 2017 si è registrata una crescita di 4 milioni di persone connesse ad internet (il 10 per cento in più rispetto all’anno precedente) e una crescita di 3 milioni di utenti social media (il 10 per cento in più rispetto all’anno precedente). Gli italiani trascorrono circa 6 ore al giorno online (quasi il doppio del tempo che si passa davanti alla TV), di cui quasi 2 ore sono spese su una piattaforma social media, fra cui primeggiano YouTube e Facebook, che si contendono il primato delle piattaforme social su cui gli utenti sono maggiormente attivi rispettivamente usate dal 62 e dal 60 per cento. Questi dati pongono l’Italia come terzo paese al mondo per accesso a internet da dispositivi: l’85% della popolazione ne fa uso, il 52% degli utenti italiani accede mensilmente a piattaforme social, rispetto a una media globale del 37%.

In questo scenario, i social media possano diventare un cassa di risonanza per l’incitamento all’intolleranza e al disprezzo nei confronti di gruppi minoritari o socialmente più deboli. “Le mappe prodotte dal nostro software di analisi semantica dei contenuti mostrano un significativo incremento di tweet con orientamento ostile verso migranti ed islamici, a conferma di come i temi che dominano il dibattito politico trovino riscontro nelle opinioni e nelle ‘tracce digitali’ che la popolazione dissemina nella rete”, commenta Giovanni Semeraro, professore associato all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro (dipartimento di informatica).

 

E laddove non ci sono persone in carne e ossia a twittare, ci pensano i robot: una percentuale significativa di fake news e di odio diffusi su Twitter e su gli altri social proviene dai bot. Fra maggio e giugno di quest’anno Twitter ha rimosso 70 milioni di profili falsi, in maggior parte bot, secondo quanto riporta il Washington Post e coerentemente con alcune indicazioni del social network che aveva parlato di 9,9 milioni account spam rimossi ogni settimana grazie ai nuovi sistemi automatizzati. Nel dar conto dei risultati della sua battaglia contro disinformazione e bufale, la società aveva annunciato che rispetto a un anno fa l'efficacia dei sistemi di rimozione di account fasulli era cresciuta del 214%, facendo scendere il numero delle segnalazioni da 25mila al giorno nel mese di marzo a 17mila al giorno nel mese di maggio.

Assai diffuso è il fenomeno del web-racism: su Facebook sono centinaia i gruppi dichiaratamente anti-immigrati, alcuni dei quali hanno migliaia di iscritti. La Mappa dell’Intolleranza ha censito diverse tipologie di razzismo rintracciabili in rete, arrivando a costruire una griglia con varie forme di razzismo: quello biologico, basato sulla razza; quello di matrice culturale che si accanisce sui gruppi etnici, basato sulla difesa del sangue, della terra, delle tradizioni; quello ostentativo, che esprime un bisogno di potenza ed esibisce atteggiamenti aggressivi; quello quotidiano, che tende a generalizzare i fatti di cronaca (“tutti i migranti sono stupratori”); quello estetico, che trova difetti di tutti i generi nel “diverso”; quello imperiale, che potrebbe essere riassunto nello slogan “gli altri non sono civilizzati”; quello ansiogeno, che considera l’altro come capro espiatorio di situazioni di povertà e degrado sociale; quello differenzialista, nutrito dal bisogno di difendersi contro tutte le contaminazioni che snaturano l’identità originale.

“Spesso l’hate speech online è anche connotato da elementi rafforzativi di disgusto, è frequente che compaiano attributi come ‘di merda’ o ‘del cazzo’ – aggiunge Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista italiano, professore ordinario di psicologia dinamica presso la Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma - Una ripetizione quasi ossessiva del termine escrementizio che non si limita a reinterpretare l’altro manipolando segni e parole. È in atto un processo di disumanizzazione che, nell’attaccare l’altro, lo rende abietto. In diversi momenti storici, del resto, la ‘politica del disgusto’ ha condizionato la vita delle donne, degli ebrei, dei ‘non occidentali’, dei fuori casta in India e delle minoranze in generale: una politica che mina alla base il principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e che va perciò sistematicamente smascherata”.

 

Quando l’uccellino ringhia anziché cinguettare

La Mappa dell’Intolleranza ha basato su Twitter la sua analisi poiché, sebbene tra i social network non sia quello maggiormente utilizzato a livello italiano (usato dal 23%, secondo il rapporto “Digital in Italia” 2018), offre la possibilità di geolocalizzare il tweet, evincendo la provenienza geografica dei termini di odio, non presenta filtri e impostazioni di privacy  (diversamente dai gruppi chiusi di Facebook) e consente di re-twittare, condividendo la propria idea con una comunità virtuale. Infine l’hashtag, tipico di Twitter, offre una sintesi del sentimento provato dall’utente e definisce immediatamente il topic della discussione in  base ai termini utilizzati nei post.

I tweet analizzati dalla Mappa dell’Intolleranza sono stati rilevati tra maggio e novembre 2017 e tra marzo e maggio 2018 considerando 76 termini sensibili, individuati a partire da quelli che nelle rilevazioni precedenti erano risultati più frequenti, e hanno coperto 6 gruppi potenzialmente oggetto di intolleranza (donne, omosessuali, immigrati, diversamente abili, ebrei e musulmani). Sono stati estratti e analizzati 6.544.637 tweet, di cui 547.151 erano negativi.

 

Migranti e musulmani battono disabili e omosessuali come bersaglio di odio sulla rete

Secondo la Mappa dell’Intolleranza, oltre 1 italiano su 3 twitta il suo odio contro migranti, ebrei e musulmani. “Ancora una volta, la Mappa fotografa una realtà che è già purtroppo sotto agli occhi di tutti - spiega Silvia Brena, giornalista e co-fondatrice di Vox - oggi l’odio si concentra contro le persone considerate diverse, per appartenenza a culture differenti dalla nostra. I dati che abbiamo raccolto su antisemitismo e islamofobia confermano in questo senso una tendenza in atto verso la globalizzazione della rabbia e dell’odio”.

“Quanto meno si conosce, tanto più si odia” potrebbe riassumere la distribuzione geografica dei tweet: il numero di cinguettii intolleranti è più basso laddove è più alta la concentrazione di migranti, dimostrando una correlazione inversa tra presenza sul territorio e insorgere di fenomeni di odio. Inoltre l’analisi comparata dei picchi di tweet negativi con i fatti di cronaca mostra che la concentrazione e la localizzazione di atteggiamenti intolleranti varia in funzione di eventi locali, nazionali e internazionali.

“La Mappa dell’Intolleranza conferma una tendenza in atto nel nostro Paese – afferma  Barbara Lucini, ricercatore di Itstime (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies) del Dipartimento Sociologia dell’Università Cattolica di Milano - Nell’ultimo periodo lo scenario sociale risulta intriso di frequenti episodi di intolleranza e violenza verso gruppi e categorie di persone che, per loro intrinseche caratteristiche, diventano bersaglio di pregiudizi diffusi e atteggiamenti di avversione. In particolare stiamo assistendo a una polarizzazione di visioni e dei conflitti, che trovano una ragione di esistere, non di legittimazione, nei pregiudizi diffusi e radicati proprio come elementi culturali”.

Sono aumentati anche i tweet contro gli ebrei, passati dai 6.700 del 2016 ai 15.400 nel 2017/2018, un trend che si può facilmente collegare a fenomeni di antisemitismo che si stanno verificando in tutta Europa.

I tweet contro i migranti sono passati dai 38mila nel 2016 a 73.390 nel 2017/2018. Soprattutto nel 2017 le maggiori reazioni di intolleranza contro i migranti si sono manifestate nei periodi successivi agli sbarchi, quando i migranti si trovavano in strutture di accoglienza ed emergevano in modo lampante i limiti della gestione della loro presenza sul territorio. Questo dato trova conferma nella Relazione pubblicata nel 2017 dalla “Commissione Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio”, da cui emerge che circa 2 cittadini su 10 ritengono che sia “meglio che italiani e immigrati stiano ognuno per conto proprio”, e che “l’Italia è degli italiani e non c’è posto per gli immigrati”. Persiste insomma lo stereotipo dell’immigrato portatore di degrado, terrorismo e criminalità. Oltre la metà degli intervistati (56,4%) è convinto che “un quartiere si degrada quando ci sono molti immigrati” e che “l’aumento degli immigrati favorisce il diffondersi del terrorismo e della criminalità” (52,6%).

La Mappa ha registrato anche l’aumento dei tweet contro i musulmani, passati dai 22.435 del 2016 ai 64.934 registrati nel 2017/2018, un odio che è frutto della sovrapposizione, nell’immaginario collettivo, fra persone che professano la religione islamica e atti di terrorismo. Campania e Puglia, le regioni con più presenza di tweet intolleranti, sono anche quelle con una minore presenza di islamici, rispetto ad altre come Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte, Toscana, come emerge dal Rapporto Ismu sulla presenza di persone straniere in relazione alla loro confessione religiosa. “La Campania e la Puglia risultano correlate con la presenza di islamici e la latente, poco esplicitata da istituzioni e agenzie di sicurezza, relazione con le attività di organizzazioni criminali locali. Il rapporto fra persone criminali islamiche e le organizzazioni criminali locali è accertato per i legami nel mercato della droga e in alcuni casi della prostituzione pur lasciando una parte di monopolio alla criminalità autoctona”, aggiunge Barbara Lucini.

L’“islamofobia” rientra nel più ampio concetto di discriminazione razziale: il Contact Center dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziali (UNAR) nel 2015 ha ricevuto 28 segnalazioni di discriminazioni subite a causa di motivi religiosi, 3 casi riguardavano discriminazioni avvenute on-line.

La diffusione geografica di tweet discriminatori e intolleranti contro persone islamiche vede una polarizzazione del territorio con l’Italia divisa fra Nord e Sud. Infatti si ha una grande concentrazione di tweet a Torino, Milano, Verona, Venezia, Padova, Trieste, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Trapani, Lecce. Queste ultime città pugliesi hanno avuto anche come caratteristica quella di essere delle sorte di hub per l’estremismo islamico che ha operato in Europa” conclude Barbara Lucini.

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