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Nel 2017 il mercato dei food delivery per Comunicatica ha avuto un valore di 2 miliardi di euro
Gig economy: riders, i lavoratori che oggi tutti lisciano
Sono tanti e tecnologici, forse anche un milione. Sono precari e non hanno salario minimo. Ergo: un potenziale bacino di voti che fa gola alla politica delle promesse
Tiziana Sforza | 6 giugno 2018

ROMA -  Per lo più in bici da corsa, quelle col telaio leggero. Incuranti delle buche su asfalto e sanpietrini, rassegnati a condividere la strada con automobilisti e scooteristi in assenza di una rete decente di piste ciclabili, agili e pure un po’ indisciplinati nel traffico impazzito della Capitale. Il grande zaino termico dalla forma squadrata fucsia o verde acqua che portano in spalla riporta noti brand del settore food delivery. Ottimo fiato, muscoli delle gambe ben allenati e propensione a lavorare all’ora di cena sono le caratteristiche che dovrebbe avere ogni buon rider.

Quando iniziò a diffondersi in Italia il fenomeno del food delivery, più o meno cinque anni fa, tanti avevano una visione romantica di questi impavidi ciclisti che consegnavano cibo di tutti i tipi – dalla pizza al kebab, dal sushi al vegano - nelle case dei romani. Entusiasmava l’alternativa ecologica al fino a quel momento onnipresente scooter che consegnava pizze a domicilio. “Nel fare consegne si mantengono in forma e non inquinano l’aria con i gas di scarico!” si pensava. A questo si sommava un oggetivo positivismo rispetto ai vantaggi della digital transformation: piattaforme digitali in grado non solo di mettere in contatto domanda e offerta di lavoro, prodotti e servizi in qualunque momento e a qualunque latitudine, ma anche capaci di dare impulso allo sviluppo della sharing economy con sapore tecnologico.

Il romanticismo e il positivismo hanno presto lasciato il posto alla consapevolezza del lato oscuro di questo lavoro: la gestione del personale, la relazione col datore di lavoro, la retribuzione, (l’assenza di) tutele dei lavoratori. E’ stata coniata anche una etichetta per inquadrare questo fenomeno: gig workers, i lavoratori della gig economy, un modello in cui si lavora on demand, cioè solo quando c’è richiesta per i propri servizi, prodotti o competenze, e in cui la “compra-vendita” avviene rigorosamente tramite piattaforme on line.

L’esercito della gig economy sta crescendo in modo esponenziale ma si porta dietro una serie di problemi legati all’estrema flessibilità della forma contrattualistica utilizzata: in assenza di status di dipendenti, si può dire addio a contributi pensionistici, ferie e malattie retribuite. La categoria dei riders non è che la punta dell’iceberg di questo fenomeno, sebbene siano i più visibili (chi non li ha mai incrociati nelle strade delle principali città italiane?). Ha fatto notizia anche l’attenzione riservata loro da Luigi Di Maio, che ha dedicato proprio a loro il primo incontro nelle vesti di neoministro dello sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali.

 

Gig workers: giovani, carini, disoccupati?

Pochi giorni fa, al Festival dell’Economia di Trento, è stata presentata l’anteprima di una ricerca realizzata dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti dedicata a questo fenomeno sociale e lavorativo: un vero e proprio identikit dei lavoratori della gig economy.

I gig worker sarebbero fra i 700 mila e un milione. Svolgono le professioni più disparate ma accomunate dal fatto di essere on demand e di essere gestite tramite piattaforme on line: fattorini, babysitter, traduttori, addetti alle pulizie, artigiani, servizi cloud, elaborazione dati, affittacamere o case tramite Airbnb, etc.

Il 50% è costituito da donne, il 3% da immigrati, 150mila svolgono questa attività come lavoro principale (839 euro al mese il guadagno medio), 700mila lo fanno come secondo lavoro per arrotondare (343 euro al mese il guadagno medio). Il 50% lavora per 1-4 ore a settimana, il 20% lavora per 5-9 ore. Il 45% si dice soddisfatto o abbastanza soddisfatto del proprio lavoro.

La forma contrattuale è di quelle che non ti consentiranno mai di accendere un mutuo o di comprare l’auto a rate: nel 10% dei casi si tratta di co.co.co, nel 50% dei casi di collaborazione occasionale a ritenuta d'acconto. La paga media oraria è di 12,80 euro l'ora.

Food delivery, che passione

I rider sono appena il 10% del campione di ricerca (70mila su 700mila). Fra questi, circa 10 mila sono impegnati nel settore del food delivery, in particolare 5mila quelli impegnati con Deliveroo e Foodora.

Al Festival dell’Economia di Trento c’erano i rappresentanti dei due colossi del food delivery, Foodora e Deliveroo, che hanno confermato i dati della ricerca.

Nel caso di Foodora, secondo quanto dichiarato dal CEO Gianluca Cocco, i rider hanno un contratto co.co.co, il compenso è di 5 euro a consegna inclusivo di contributi, su base oraria viene proiettato a 12,50 euro l'ora. Nove rider su dieci hanno tra 18 e 34 anni, circa otto su dieci sono studenti o lavoratori che lo fanno come attività integrativa.

Deliveroo in Italia conta oltre 2mila rider spalmati su 17 città. Il 78% ha meno di 30 anni e lavora in media 10 ore a settimana. La metà dei rider sono studenti, un terzo lo fa come secondo lavoro, un sesto dichiara di non essere occupato. La forma contrattuale praticata da Deliveroo è collaborazione occasionale con ritenuta d'acconto, con una paga media oraria di 12,80 euro l'ora.

Ma quanto vale in Italia il mercato dei food delivery? Secondo i dati divulgati a marzo 2018 da un report di “Comunicatica”, nel 2017 ha avuto un valore di 2 miliardi di euro. Non poco, per un mercato relativamente giovane e in cui il tasso di penetrazione è finora del 3%.

In particolare su app e sito di Deliveroo ci sono stati ordini per oltre 20 milioni di euro. Moovenda e Foodracers hanno dichiarato ordini per oltre 2,5 milioni di euro, Bacchette e Forchette per due milioni, Prestofood per oltre un milione.

Tra le società fondate in Italia, Moovenda è stato il primo operatore per numero di ordini (108.000), Foodracers il secondo (98.000) e PrestoFood il terzo (54.000). A livello internazionale le cose sono ben diverse: Takeaway.com super il miliardo di euro di ordini, JustEat va oltre i 432 milioni, GrubHub oltre i 400 milioni.

Fra le aziende straniere, JustEat è presente in circa venti città italiane, Deliveroo in 11, Glovo in 10, Foodora in 6. Fra le aziende italiane, Moovenda e Prestofood sono in 5 città italiane, Cosaordino in 6.

Perché gli italiani scelgono il food delivery? Intanto per la comodità di ricevere cibo a domicilio a costi contenuti. Sicuramente anche l’ampia scelta gastronomica ha giocato la sua parte. In principio si consegnava solo la pizza a domicilio. Oggi qualunque palato può essere accontentato. JustEat conta su una rete di oltre 7600 locali, Deliveroo ne ha 1900, Foodora e Glovo un migliaio. Fra le italiane, Moovenda ha un network di 800 locali, Foodracers di 600, Prestofood poco meno di 300.

La risposta degli enti locali

I sindacati invocano una normativa nazionale per gestire il fenomeno, prima che questa forma di precariato diventi endemica. Ma finora sono state intraprese solo iniziative locali.

Il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, sta mettendo a punto una proposta di legge che definirà gli standard di tutele in favore dei lavoratori connessi alle piattaforme digitali. All’incontro di preparazione è stato invitato a partecipare anche il Riders Union, il collettivo di fattorini che lavorano per le piattaforme online di consegne a domicilio come Foodora, Just Eat o Deliveroo.

La proposta di legge laziale “Foglio dei diritti primari del lavoro digitale” mira a definire uno standard di tutele condivise a favore dei lavoratori connessi alle piattaforme digitali. Il Foglio è disponibile per la consultazione a partire dal 25 maggio e per 20 giorni sul sito www.regione.lazio.it/gigeconomy Possono dire la loro sindacati, cittadini, forze politiche, lavoratori e imprese della Gig economy.

Sempre a fine maggio 2018, il Comune di Bologna ha presentato la “Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano” che promuove la crescita delle piattaforme digitali con un occhio di riguardo alla tutela dei lavoratori. Si tratta del primo accordo in Europa sul tema della gig economy che trova un’applicazione sperimentale sul food delivery.

Il Comune di Milano ha rilanciato proponendo corsi o incontri dedicati al tema della sicurezza rivolti ai lavoratori delle varie piattaforme che accetteranno di garantire precisi standard in tema di assicurazioni, dotazioni di sicurezza e salari equi. I corsi dovrebbero essere focalizzati sulla sicurezza e sulla conoscenza delle norme igienico-sanitarie di base per il trasporto degli alimenti.
Luigi Di Maio, durante l’incontro con i riders, ha affermato “Oggi inizia il percorso per avere un lavoro meno precario, che abbia un salario minimo orario”.

Sarà uno dei soliti proclami della politica? Di certo ha avuto un grande valore simbolico il fatto che il suo primo incontro nelle vesti di ministro sia stato dedicato a una categoria di gig workers. Per il momento ha dichiarato l’intenzione di aprire un tavolo di confronto condiviso un aperto a tutte le realtà del settore per affrontare il tema della precarietà e dare risposte alle richieste di salario minimo: due must in un mercato del lavoro sempre più incerto.

 

 

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