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Lamin confessa: quando vivevo in Senegal non sapevo cucinare
Stress da città, lo street food “consola” i romani
Tiziana Sforza | 9 marzo 2018

E’ più pratico, è più rapido, costa meno del ristorante: per Coldiretti  nel 2017 un italiano su due (52%) ha più volte mangiato in strada. La storia di  Lamin Ka, senegalese, e del suo tre ruote

ROMA – Dall’apetta Baobab Street Food provengono profumi di riso, pollo, verdura stufata e spezie. Lamin Ka dispensa sapori senegalesi nella Capitale e nei dintorni a bordo del suo food truck in cui vende cibi preparati secondo la tradizione del suo paese. Sempre più persone sono conquistate dalle ricette di Baobab Street Food, lo si capisce dalle code che si formano per poter comprare poulet yassa, maffè, cheb-ou-jen, thiéboudiene e tanto altro ancora.

Lo street food ha preso piede nelle abitudini degli italiani dieci anni fa: era infatti il 2008 quando fu fondata l’Associazione Nazionale Streetfood su iniziativa di un gruppo di cuochi, operatori, giornalisti operanti in Puglia, Lazio, Marche, Toscana, Emilia e Piemonte. Da allora ne ha fatta di strada: le principali città italiane propongono annualmente uno “Street Food Festival”, sempre più eventi culturali e sportivi prevedono l’angolo “street food” per placare con creatività la fame di organizzatori e partecipanti.
Secondo dati del 2017 diffusi dalla Coldiretti, un italiano su due (52%) mangia street food. Il motivo? E’ più pratico, è più rapido, costa meno che al ristorante.
“Il fenomeno – spiega Coldiretti – ha avuto una vera esplosione con la comparsa di mezzi mobili tecnologicamente avanzati, i così detti food truck, per la preparazione e l’offerta delle diverse tipologie di prodotti, ma anche con la nascita di catene specializzate”.
L’associazione degli agricoltori afferma che la maggior parte degli italiani (il 69%) preferisce il cibo di strada locale (arrosticini, olive ascolane, piadine, pizze fritte, etc.), il restante 31 % opta per specialità internazionali (come hamburger e hot dog) o cibi etnici (ad esempio falafel e kebab).

D’altronde il mondo è sempre più globalizzato e, soprattutto a Roma, si è abituati a mangiare “etnico”. Lamin ha fiutato il business e ci si è tuffato. Eppure, fino a qualche anno fa, non avrebbe mai immaginato di fare il “cuoco di strada” in Italia.
La vita gli prospettava tutt’altro. Nato 36 anni fa a M’bour, città che si affaccia sul mare e la cui ricchezza proviene dalla pesca e dal turismo, Lamin aveva due strade: fare il pescatore o fare la guida turistica. Ha scelto la seconda.
Ancora oggi, quando pensa al suo paese, la prima cosa che gli viene in mente è il rumore delle onde che si infrangono sulla riva e le voci dei pescatori che rientrano a terra al termine di una giornata di lavoro in mezzo al mare.

Sin da quando ha iniziato a lavorare nel turismo, aveva un chiodo fisso: mostrare il volto vero del paese, non quello degli hotel 5 stelle o dei villaggi artificiali in cui si possono comprare collanine, ceste di paglia e scatolette di legno. Lamin voleva far conoscere ai viaggiatori un Senegal fatto di progetti concreti per migliorare la vita della gente, di artigianato locale che può sfamare intere famiglie di un povero villaggio, di colori e profumi autentici.
Nel 2009, quando aveva 28 anni, arriva a Roma con un visto per motivi di studio e frequenta un master universitario in turismo responsabile. Finalmente può realizzare il suo sogno: accompagnare gruppi di italiani alla scoperta del suo paese in modo coerente ai suoi valori. Dopo aver trascorso un periodo a Torino dove svolge il tirocinio legato al master, torna a Roma e lavora prima per una agenzia di viaggi, poi si mette in proprio.
Per qualche anno le cose vanno bene, poi le iscrizioni ai viaggi che organizza diminuiscono.

A quel punto Lamin si rimbocca le maniche e scopre di avere un’altra passione: la cucina. Eppure non era un grande cuoco quando era arrivato in Italia. “In Senegal non avevo mai tenuto in mano nemmeno una pentola” confessa. Ma quando è arrivato a Roma un po’ perché la cucina italiana era distante dai suoi gusti, un po’ per nostalgia di casa, ha imparato pian piano a cucinare i piatti della tradizione senegalese. “Oggi il mio cavallo di battaglia è lo yassa”, spiega alludendo a uno dei piatti più gustosi della cucina senegalese: riso basmati con pollo o pesce, contornato da verdure immancabile salsa yassa a base di aglio e cipolla. “Però il mio piatto preferito è un altro – aggiunge – il kiev yes, a base di riso e pesce”.

La formula vincente di Lamin è stata portare la cucina senegalese in giro per Roma e provincia a bordo dell’apetta Baobab Street Food, un mezzo di trasporto ma anche un bancone per vendere cibo cucinato sul momento. “Ogni sera sono in posto diverso, a seconda di dove mi chiamano: da festival a feste private, da sagre di paese ad eventi per promuovere l’intercultura”.
A Roma esistono altri posti in cui mangiare cucina senegalese, ma sono conosciuti perlopiù dalla sola comunità senegalese. “Sono nascosti, senza insegna, oppure non si fanno pubblicità, perciò gli italiani non sanno che esistono – spiega Lamin – perciò ho avuto l’idea di fare un ristoro accessibile a tutti, non solo ai senegalesi”.

Lamin ha imparato a cucinare attingendo ai ricordi di infanzia e giovinezza. Nessuno lo ha guidato. Gli ingredienti usati per preparare i piatti sono freschissimi: li compra tutti i giorni al mercato di Piazza Vittorio Emanuele, nel cuore di Roma, un vero e proprio luogo di attrazione per tutte le comunità etniche di Roma. Gli ingredienti più esotici, ad esempio il karkadè o alcune spezie, glieli porta un amico quando rientra dal Senegal.
Dopo aver vissuto in varie zone di Roma e provincia, ora Lamine vive stabilmente nella zona della stazione Tiburtina, un quartiere che – come dice lui – non gli ricorda affatto la sua terra di origine. “L’unica zona della città in cui mi sento a mio agio è piazza Vittorio Emanuele. Laggiù vedo la mia gente e sento gli odori del cibo del Senegal”.
Forse è proprio per questa nostalgia di casa che Lamin ha scelto di diventare cuoco. E forse non è poi così diverso da ciò che credeva sarebbe stato il suo lavoro: anziché portare gli italiani in Senegal, porta un pezzo di Senegal – il più gustoso – agli italiani.

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