Elezioni, il 4 marzo spaventa l’Europa
Leonardo Palmisano | 3 marzo 2018

LUSSEMBURGO – ‘Abbiamo paura’, questo l’argomento, il tema ricorrente in Lussemburgo quando parli delle elezioni in Italia, della politica italiana. Fuori, dentro il cuore amministrativo e finanziario dell’Ue, c’è un diffuso timore che da noi possa partire una nuova ondata fascista. Che questa possa travolgere il continente. Come fu negli anni venti. Il timore non è peregrino, perché i meglio informati hanno scorto, negli imperativi elettorali dei partiti, una tendenza oggettiva al razzismo, alla xenofobia, alla chiusura. Chiusura, ripiegamento su di sé. Questo si teme di più. Si ha paura che l’Italia possa essere la prima grande economia democratica dell’Unione a scegliere la destra populista, cosa che provocherebbe l’innalzarsi dei provincialismi e dei muri identitari tra un paese e l’altro. Questo timore non è così diffuso da noi, al contrario. Perché avvitati sulla fake news dell’emergenza, quando il vero dramma è la svolta autoritaria che abbiamo davanti. Una svolta assecondata dall’ignoranza italiana, che qui è nota. Sanno tutti che l’Italia non legge, che ha una stampa non sempre all’altezza della complessità dei fatti, che vive in una grandezza illusoria, in una democrazia da avatar. Loro lo sanno. Noi no. Questo li spaventa di più, l’inconsapevolezza della responsabilità che abbiamo con questo voto. Un voto di protesta che rischia di sconquassare un sistema non in nome del progresso civile, ma della barbarie e della negazione dei diritti. Non c’è una rivoluzione alle porte, ma un possibile, traumatico ritorno al fascismo. Allora a cena non si parla d’altro, e in quanto italiani si è bersagliati di domande: ‘Perché? Come faremo, dopo? Cos’accadrà?’. Viene da rispondere che le politiche di austerità che proprio dal Lussemburgo son partite avrebbero dovuto essere cancellate dall’agenda europea. Viene da dire che l’Ue non ha teso una mano all’Europa mediterranea. Ma non basta. Il razzismo e il neofascismo sono rinati perché si sono smantellate le scuole, perché lo slogan ha sostituito i programmi, perché la tivù ha esaltato la cultura delle curve calcistiche, perché i media hanno raccontato i migranti come un danno e non come una risorsa. Non ce l’ha imposto Bruxelles di sposare un’idea segregata di società. Non abbiamo alibi, quindi. E, a poche ore dal voto, dobbiamo aver paura anche noi, ma di noi stessi e di quel che andremo a fare nelle urne. Da noi dipende il futuro dell’Ue. Qui lo hanno capito anche i muti pupazzi di neve.

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