La Puglia butta 120 miliardi di litri d’acqua. Ma la soluzione è “alla luce del sole”
Stefania Losito | 26 febbraio 2018

Nel 2017 in Italia è caduto quasi un terzo di acqua in meno della media, provocando la più grave siccità in 217 anni (fonte Coldiretti). Due ricercatori dell’Università di Bari  hanno ideato una macchina che potrebbe essere unica al mondo

BARI – Ogni anno vengono sversati nel mare pugliese 120 milioni di metri cubi di acque di scarico che potrebbero essere reimpiegate appagando il 20% del fabbisogno annuale delle campagne. Per recuperare i reflui basta infatti una macchina da 70mila euro che lo faccia semplicemente alla luce del sole del Sud. E non si fa per dire. Il dipartimento di Scienze agroambientali e territoriali dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro ha ideato l’unico strumento a energia solare esistente al mondo che mette insieme il trattamento delle acque reflue, il monitoraggio dei nutrienti e la fertirrigazione. I ricercatori Salvatore Camposeo e Gaetano Alessandro Vivaldi, coordinatori del Desert Project, hanno ideato un prototipo per risolvere in parte il problema della siccità in Puglia. Il progetto ha ottenuto un finanziamento di un milione e trecentomila euro dal programma europeo Era-Net WaterWorks 2014 di Horizon 2020. Lavorano alacremente dal 2016 insieme all’Istituto Gembloux dell’Università di Liegi e all’azienda spagnola che costruisce impianti di irrigazione, la Novedades Agricolas. Sono supportati anche da grandi realtà del settore come il Crea, il maggiore ente di sviluppo agroalimentare italiano e il Consejo Superior de Investigaciones Científicas, l’ente ispanico di ricerca scientifica. Sul mercato esistono già macchinari in grado di comporre i tre elementi (riuso, trattamento e irrigazione), ma per la prima volta si sfruttano il clima e la posizione geografica esposta maggiormente ai raggi. E’ questo che ha convinto la commissione di Bruxelles non solo a finanziare l’idea, ma anche a consentire all’Italia di fare da capofila del progetto.
In Europa sono nove i Paesi che vivono in condizioni di criticità idriche. Secondo il Centro nazionale delle ricerche e la Coldiretti, nel 2017 in Italia è caduto quasi un terzo di acqua in meno della media, provocando la più grave siccità in 217 anni. Per i coltivatori diretti del nord del Paese, a dare un po’ di sollievo è la presenza della neve che incentiva il recupero delle risorse idriche nelle montagne e favorisce la produzione di grano. E se la Lombardia pensa di cavarsela trasformando le cave dismesse in invasi, o se in Piemonte si discute del riutilizzo dell’acqua delle risaie, in Puglia si può riciclare l’acqua con quello che il territorio offre: il sole.
Sono sei i pannelli fotovoltaici che forniscono energia a un macchinario controllabile anche da remoto e impiantabile nelle aziende agricole pugliesi che avrebbero acqua sufficiente per soddisfare la sete dei terreni durante i periodi di siccità. Uno strumento non troppo costoso almeno per le grandi realtà e che consentirebbe il riutilizzo delle acque che vengono scaricate in mare. Gli imprenditori più piccoli potrebbero consorziarsi così come chiedere aiuto agli enti locali, ma certamente ne gioverebbero.
Sono cinque i serbatoi al servizio del prototipo che vedrà la sua realizzazione completa nel 2019. La macchina consente non solo di prendere acqua e depurarla, ma anche di inserire i trattamenti specifici per nutrire alberi e terreni. Gli olivi e i mandorli su cui si sta lavorando per monitorarne gli effetti sono un centinaio. Poi il test verrà allargato ad altre specie.

L’Istituto superiore della Sanità già da tempo sposa la tesi del riuso, purché sia mirato. “Dobbiamo partire col tenere sotto controllo i rischi che possono esserci in funzione del sito in cui ci troviamo. Ogni acqua sotterranea o riusata ha una sua storia”, racconta il ricercatore romano Luca Lucentini. Per l’esperto, alcune zone vulcaniche possono contenere arsenico, fluoro, altre superficiali possono avere alghe. “Dobbiamo vedere dove l’acqua nasce e come viene usata perché poi ci esponiamo ad alcune sostanze se usiamo l’acqua in certi modi. Per innaffiare gli olivi non serve acqua potabile, dobbiamo convivere con acque che non siano di qualità eccellente ma che siano funzionali all’uso e che siano assolutamente prive di rischio per la salute. Per questo è necessario che sul tema si portino avanti la ricerca e la cultura”. In una Summer School organizzata dall’Iss a ottobre scorso a Bari, la discussione è stata proprio quella del riuso delle acque reflue basandosi sull’origine e sulla destinazione. “E soprattutto dell’esposizione della popolazione, laddove ci sono i lavoratori e gli agricoltori, come in Puglia – prosegue Lucentini – dobbiamo immaginare tutti i rischi sanitari e ambientali connessi per vedere se l’acqua è idonea a quell’uso, senza avere un criterio di potabilità su tutte le acque. Alcuni elementi che per noi, bevendoli, sono tossici, come i nitrati, in realtà sono dei fertilizzanti per le piante”. E il Desert Project ha fatto da apripista a soluzioni condivise anche dalla Regione Puglia. I primi risultati sono stati talmente incoraggianti da richiamare l’attenzione di soggetti significativi come l’Acquedotto Pugliese e i Consorzi di Bonifica. Ma anche gli enti locali hanno cominciato a comporre il quadro delle necessità ricorrendo a soluzioni innovative come questa. A fine dicembre è stato infatti firmato un disciplinare che regola i rapporti tra il Comune di Bisceglie, nella sesta provincia pugliese, e la Regione Puglia per costruire un impianto che provvederà al riutilizzo delle acque reflue nei terreni coltivati. Il costo dei lavori, che saranno appaltati nelle prossime settimane, è di cinque milioni e mezzo di euro. E’ soddisfatto il sindaco Vittorio Fata, che per primo tra le amministrazioni pubbliche ha creduto nell’opportunità del progetto. “Grazie a questo grande risultato si realizza un sogno di tante generazioni – commenta – gli agricoltori biscegliesi potranno avere gratuitamente l’acqua da utilizzare per il proprio lavoro con i soli irrisori costi di distribuzione ed eventualmente di manutenzione degli impianti”.

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