Armi, quell’ossessione degli americani difficile da capire per gli europei
Di Edoardo Trevisani | 19 febbraio 2018

Lo scorso 14 febbraio un ragazzo di 19 anni, Nikolas Cruz, è entrato, con un fucile d’assalto, nella scuola da cui era stato espulso, la Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, e ha fatto fuoco su compagni e insegnanti. E’ accusato di aver ucciso 17 persone. Il ragazzo arrestato, sarebbe un instabile e un violento, con simpatie di estrema destra e una passione insana per le armi da fuoco. Secondo diverse testimonianze, l’evento era prevedibile, Cruz era pericoloso e le foto postate sui social dovevano essere un chiaro avvertimento, ma nessuno ha fatto niente e il copione che ora abbiamo davanti è lo stesso che si ripete da anni.
La strage di Parkland ci riporta alla memoria quella avvenuta nel 1999 alla scuola superiore di Columbine, dove morirono 15 persone, un evento che scosse profondamente l’opinione pubblica e che approdò al cinema con un’inchiesta di Michael Moore. Il documentario, dal titolo “Bowling a Columbine” (2002), ipotizzava che alla base del numero enorme di morti dovuti alle armi da fuoco negli Usa, ci fosse il clima di costante paura che i mass media americani, in nome dell’audience, fomentano irresponsabilmente. I notiziari e i programmi di intrattenimento, in sostanza, raccontavano spesso e volentieri di pericoli inesistenti (come l’invasione di presunte api killer) o soffiavano sul fuoco mai estinto del razzismo, ponendo sempre in primo piano fatti di cronaca in cui erano coinvolti cittadini afroamericani.
Il problema del possesso delle armi e delle sparatorie è strettamente legato a un malessere sociale che proviene dalla percezione dei cittadini di essere in costante pericolo. Si pensi alla Guerra Fredda, il Vietnam, l’omicidio Kennedy, la Guerra del Golfo, le Torri Gemelle e il terrorismo: gli Stati Uniti vivono sotto la cappa oppressiva di una minaccia costante, di notizie di guerre sparse per il mondo, che in realtà sembrano comporre lo scenario di un conflitto ancora più grande, quello contro se stessi.

Il giorno della strage di Columbine il presidente Clinton sganciò più bombe di sempre sulla Iugoslavia. I media, ipocritamente, non si chiesero se un evento del genere potesse avere una qualche influenza sui comportamenti violenti dei giovani e preferirono dare la colpa ai film e alla musica rock. Tra i capri espiatori c’era Marilyn Manson, che risponderà alle accuse della destra religiosa con un album, “Holy Wood”, in cui darà all’ossessione per le armi degli americani le connotazioni di una vera e propria religione.
Dai giorni di Columbine le cose sono cambiante in peggio e vanno di pari passo con la crisi economica interna e una politica estera irresponsabile e criminale. In questi anni, mentre l’amministrazione Bush si affannava a inventare prove di armi chimiche in possesso di Saddam, come scusa per invadere l’Iraq, e l’amministrazione Obama riempiva di soldi e armi i tagliagole in Siria, le stragi in luoghi pubblici sono aumentate. Oggi, l’FBI e i giornali, per cercare di giustificare a se stessi e al mondo, l’elezione di Trump, sono impegnati a scovare una qualsiasi, seppur flebile, traccia di un’improbabile influenza russa nelle ultime elezioni, intanto però dall’inizio dell’anno le sparatorie nelle scuole sono state 19. E se i discorsi di Obama all’indomani di una strage erano diversi nei toni e nelle intenzioni da quelle di Trump, i risultati sono invariati.
Quello del controllo sulle armi è un problema culturale che la politica non è in grado di affrontare. Durante la presidenza di Obama, nessuna legge sul mercato della armi da fuoco è stata attuata perché le lobby delle armi finanziano indistintamente deputati Democratici e Repubblicani: non solo a nessuno interessa una legge sulle armi da fuoco, ma in molte zone degli Usa nessuno voterebbe un deputato che si dichiara contro il secondo emendamento.
A oltre 15 anni di distanza, il film di Moore ci mette in guardia, sottolineando un dato: anche quando il tasso di criminalità si abbassa, la crescita del possesso di armi e la percezione del pericolo aumenta. La colpa è dei politici e dei mass media a loro collegati. È una cosa che ci riguarda, perché in Italia negli ultimi tempi si è parlato della sparatoria di Traini a Macerata, che ha qualcosa, nel modus operandi, di americano ed è frutto di un clima di paura che non corrisponde alla realtà, ma sui cui tutti, sia a destra che a sinistra speculano.

 

*Edoardo Trevisani, giornalista e autore, ha scritto il libro “Rappresentare la violenza. Cinema, rock e tv dopo Bowling a Columbine”

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