Le storie

Crollo Castellaneta, la tomba di tufo dimenticata

Una delle foto storiche del crollo
Una delle foto storiche del crollo

Il 7 febbraio di 33 anni fa, morirono  trentaquattro persone nel sonno. Storia di una tragedia poco conosciuta in Italia

Di Michele Cristella

CASTELLANETA – Era l’alba di 33 anni fa, il 7 febbraio 1985, il telefono squillava in tutte le case, poco dopo una fiumana di gente, proveniente affannosa da ogni strada, si dirigeva a viale Verdi.
Era crollato il palazzo che stava affianco agli uffici dell’Asl e di fronte alla chiesa Cuore Immacolato di Maria, non può essersi salvato nessuno di chi è rimasto sotto le macerie, dicevano tutti, guardando il cumulo di tufi e mobili e giocattoli e libri e arredi. A mano a mano si fece un po’ d’ordine, la gente stava fuori dal recinto del crollo, ciascuno diceva la sua, carabinieri e Vigili del fuoco camminavano sulle macerie alla ricerca di un segno di vita, d’un fiato. Invano.
Il palazzo s’era spezzato in verticale, le stanze rimaste integre mostravano i loro segni di vita quotidiana, tavoli, sedie, credenze, bambole, libri.
Lo stupore e lo sgomento, il dispiacere e le lacrime cedettero alle domande e alle risposte, alle ipotesi e alle certezze, ed anche agli improperi.
Ciascuno diceva la sua sulle cause del crollo, ma a mano a mano si consolidava una “vox populi”: quel palazzo si sapeva che doveva crollare, c’erano fessure nelle quali si poteva infilare qui un dito, lì una mano. Alcuni abitanti si erano rivolti al pretore perché ne sancisse la pericolosità, altri, troppo pochi, avevano cambiato casa. Erano stati fatti i sopralluoghi e avevano dato sicurezza. Ed ora? Chi soccorrerà gli orfani? chi gli anziani? chi consolerà i sopravvissuti? E ciascuno raccontava la bonomia di chi ci abitava ed ora stava sotto quelle macerie.
La strada, che è assai larga, ora s’era riempita di giornalisti con taccuini e foto e telecamere. Castellaneta, nota nel mondo per aver dato i natali al divo del cinema, a Rudy, ora sarebbe stata il paese del crollo e, si seppe dopo, dei 34 morti nel sonno.
Passavano le ore e il dolore cedeva alla rabbia e poi alla preoccupazione per i sopravvissuti. I tecnici ipotizzavano le cause del crollo: solaio pesante, mura lesionate, garage allargati, infiltrazioni d’acqua ed altro ancora. Così per tutta la giornata.
All’ora dei tg, tutti dinanzi alla tv per sapere una verità impossibile da sapere, e al mattino dopo edicole affollate, ancora alla ricerca della verità e di particolari. Si commentavano articoli e titoli. Il giornale di Taranto, il quotidiano Corriere del Giorno, aveva il titolo più descrittivo e immaginifico ad un tempo: “Una tomba di tufo”, autore ispirato il compianto caporedattore Vincenzo Petrocelli.
Momento drammatico il funerale, tutte le bare allineate nel campo sportivo, il presidente Pertini partecipò al dolore della città.
Poi vennero le cause, penali e civili, condanne e risarcimenti. Infine il “Che fare?” di quel luogo di morte da imprevidenza. Lasciare il palazzo dimezzato come testimonianza d’una tragedia annunciata? Sarebbe crollato di lì a poco. Farne una piazza e perenne memoria? Un auditorium giù e su una fontana monumentale con tutti i nomi dei “caduti”? Si optò per questa scelta. Ora, dove c’erano i sotterranei del palazzo crollato e trasformatosi in tomba per 34 persone e in simbolo della città, sta un salone nel quale si discute, dell’oggi e dello ieri e del domani. E discutendo si commemora.

(Michele Cristella, giornalista e scrittore, all’epoca del crollo risiedeva a Castellaneta)

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