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La lapide in ricordo della signora Anna Rosa Tarantino (foto Vincenzo Parisi)
Omicidio Tarantino, la lunga marcia e chi sta a guardare
Marino Pagano | 3 gennaio 2018

Il corteo ha raggiunto i punti più profondi di Bitonto in cui s’accasa la mala della città, radicata in alcuni dei vicoli più interni del centro storico, di solito quasi off limits per il cittadino ordinario

Svetta la facciata della cattedrale sulla città dal cielo plumbeo. È con l’animo ingrigito da una pioggia di dolore che Bitonto, rinomata città d’arte del barese, nota anche come storico covo del malaffare legato ai sodalizi mafiosi vicini al capoluogo, ha salutato ieri, 2 gennaio 2018, la sua povera Anna Rosa Tarantino, anziana cittadina di 84 anni. Anna Rosa, incolpevole e innocente, è stata uccisa dal vigliacco fuoco criminale il 30 dicembre scorso, raggiunta da colpi destinati ad uno degli esponenti più in vista di uno dei due clan, quello accasato nel centro storico.
La donna, di buon mattino, appena uscita dal monastero delle Vergini, stava raggiungendo la sorella ipovedente quando la morte si è impossessata di lei. Una morte giunta per mani presumibilmente giovani e crudelmente assassine. Ma nemmeno per scherzo ci permettiamo di dire, come di solito si fa in questi casi, che Anna Rosa si sia trovata nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Assolutamente. Hanno ragione da vendere i responsabili di Libera nel ricordarci come, nei nostri paesi, nei nostri territori, ogni momento per uscire, per passeggiare, per fare commissioni, è quello giusto.
Viviamo ed operiamo nelle nostre città e dobbiamo avere il sacrosanto diritto di vivere serenamente e in sicurezza. Chi è sempre nel torto, chi è sempre dove mai dovrebbe esserci, è il crimine, è la mafia. È il male. E invece Anna Rosa, come ha sottolineato mons. Alberto D’Urso durante le esequie, “rappresentava il bene semplice e silenzioso della vita di tutti i giorni”, nel segno di un’esistenza operosa e responsabile.
Ha poi aggiunto il sindaco Michele Abbaticchio, visibilmente commosso: “La sua morte drammatica, così in contrasto con la sua vita discreta e silenziosa, ci appare inconcepibile. L’unico augurio che possiamo farci è che questo disgraziato sacrificio possa segnare un momento critico di rinascita perché Bitonto torni ad essere compiutamente una città libera”.
Discreto anche il dolore della famiglia Tarantino, una nipote racconta una zia amabile, altruista, generosa. E di Anna Rosa come “vittima innocente” ma anche “speranza per una città liberata” dal giogo criminale parla anche un’iscrizione affissa proprio ieri a Bitonto, al termine di una partecipata fiaccolata, marcia che ha raggiunto i luoghi dove l’anziana è stata uccisa.

Tante le domande che in questi momenti si radunano e si danno appuntamento nel cuore del cronista e del cittadino. Tanti i dubbi e i tormenti.
Più ancora persistono le nefaste emozioni di quel 30 dicembre, quando la Bitonto e la Puglia che si apprestavano a preparare l’atmosfera del dì di festa sono rimbalzate, ancora una volta, alla cronaca nazionale per fatti così. Fatti in cui a pagare è una povera anima innocente. C’è stata la mattanza di San Marco in Lamis, in estate. Se possibile, il caso di Bitonto aggiunge ancor più tristezza, perché triste è una società in cui non si riesce a difendere i più deboli, i più piccoli. I nostri anziani, minuti, silenziosi, sono come dei bambini. L’anziano oggi è già spesso indifeso.
Anna Rosa stava solo uscendo dalla messa, stava solo raggiungendo casa di sua sorella, ipovedente e bisognosa delle sue cure. Storie di primaria prossimità umana. Una vecchietta semplice, dopo aver compiuto il gesto pio e umanissimo del segno della croce, ha trovato la sua, di croce, una croce non richiesta, non cercata, perché, diciamolo, a nessuno è chiesto di fare l’eroe, tantomeno alle vecchiette semplici. Bitonto ora, è certo, deve reagire, dovrà reagire. Qui si capirà lo spessore autentico di questa cittadina tutta piena di contraddizioni, di “contrasti” ha detto ieri il sindaco durante le esequie.
La marcia di ieri è stata sicuramente un segnale. Ha raggiunto i punti più profondi dei quartieri in cui s’accasa questo male antico, radicato in alcuni dei vicoli più interni del centro storico, di solito quasi off limits per il cittadino ordinario, segno già questo di una città non totalmente libera finché anche il più piccolo dei suoi spazi apparirà quasi interdetto agli altri, ai cittadini per bene. E questa fetta di città, ovviamente la più ampia, quella ufficialmente sana, come ha reagito a quanto successo?
La marcia è sicuramente espressione della cittadinanza più impegnata, degli addetti ai lavori, tra politici, militanti (non tutti: assenti i Cinque Stelle, espressione di divisione anche in un momento così e per cui “queste iniziative sono utili solo all’esposizione mediatica e all’autopromozione dei soggetti che le organizzano”), giornalisti, impegnati attivisti anche del volontariato. Non sono mancati tanti cittadini comuni, eppure, come sempre accade in questi casi, è sempre una minoranza ad agire concretamente, a segnare il passo. Larga la zona grigia, quella che sta a guardare. Bitonto, in questo, non fa eccezioni. E se quella mattina del 30 l’aria in città era davvero visibilmente spenta e assai coinvolta pareva l’emotività del bitontino comune, poi qualcuno ha addirittura acceso i fuochi di capodanno persino di fronte la chiesa di Santa Teresa, dove il corpo di Anna Rosa ha sostato prima di raggiungere la cattedrale. Ecco squadernati alla perfezione i contrasti di questa città grande, che ha conosciuto la mafia soprattutto dopo l’abbraccio con la mala barese, come ha ricordato ieri durante il suo intervento il governatore Michele Emiliano, che ha raggiunto la città assieme ad Antonio De Caro e ai sindaci della città metropolitana.
Una realtà sociologica assai variegata e frammentata, quella bitontina.
Terra bellissima, come si diceva città d’arte, contenitore di tesori e bellezze, nell’ultimo quindicennio finalmente valorizzate e adeguatamente messe a disposizione del turista. Dalla Galleria Nazionale della Puglia, seconda al Sud per importanza dopo Napoli, alla cattedrale stessa, meraviglioso tempio romanico, fino alle tante chiese e ai conventi del centro storico e non solo. Città una volta economicamente motore dell’area barese stessa, col settore del tessile ad esplodere negli anni ’70-80 e poi ad implodere con la crisi economica e con lo spostamento della produzione altrove, anche all’estero, dove i costi sono più bassi. Città agricola, con l’olio extravergine a farla da padrone.
Un centro storico in parte riconsegnato alla città, frutto di azioni amministrative intelligenti e lungimiranti, che vengono da lontano e che negli ultimi anni hanno trovato espressione in quello che molti hanno definito il “Rinascimento bitontino”. Parliamo di un’area storica in realtà vastissima, fino agli anni ’50 ancora in gran parte la vera zona urbanistica cittadina, il centro storico più grande dei comuni dell’ex provincia.
E ora, dopo già altri episodi rischiosi, non mancati anche in questo frangente positivo in cui il turismo ha fatto registrare numeri più che incoraggianti (il più grave la sparatoria alle giostre durante la festa dei Santi Medici nel 2015), la città è ripiombata in questo clima. Quale la risposta?
Non può che essere quella che Bitonto da diversi anni ha intrapreso, seppur con sfumature differenti, almeno dai progetti di riqualificazione del centro storico, segnatamente del suo ingresso di piazza Cavour e i lavori di restauro del Torrione angioino (sindaco Nicola Pice, centrosinistra, 1998-2008).
Ed è la strada della cultura e del turismo come volano di crescita.
Un lavoro poi continuato, nella differenza ma puntando sempre sulla rivitalizzazione del centro storico, con Michele Abbaticchio (sindaco, ancora centrosinistra, seppur figlio di una divisione nell’area, dal 2012), dopo la breve parentesi di Raffaele Valla (centrodestra, 2008-2012).
La strada della cultura non chiude le altre, che le sono anzi sorelle. Perché se è vero che la delinquenza, anche organizzata, nasce e soprattutto prolifera perché non c’è lavoro, questa poi cresce perché non c’è cultura. Perché si può anche non avere un lavoro ma se il cittadino consapevole sa che le mafie creano il loro potere proprio giocando sulla sua vulnerabilità, egli alle mafie non venderà la sua dimensione sociale, il suo voto, la sua coscienza.
Se si ha cultura (che non significa saper di Dante e Leopardi ma assumere una dimensione critica dell’esistenza e dunque poi civica), anche se con mezz’ora di “lavoro” con quelli della mala ci si accorge di far guadagni che nemmeno un mese di onestà, si preferisce rimanere nella povertà dell’onestà piuttosto che accettare il puzzo di tutti i compromessi. La cultura, invece, radica il dubbio, non fa diventare schiavi di nessuno, obbliga l’uomo a ragionare sulle cose. Da stanare è il brodo di consenso in cui navigano i clan e allora, accanto al lavoro, mai bisognerà dimenticare la bellezza e il valore della cultura.
Una città è tante cose, Bitonto ha le sue ombre. Lo abbiamo pensato anche ieri, durante i funerali della cara Anna Rosa, guardando il Crocifisso della cattedrale, che mostrava il suo volto di speranza, ma anche la sua ombra, ombra di dolore. Ma questo dolore di oggi non sia mai rassegnazione.
Questo l’augurio per la città di Bitonto, bella e ferita.

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