Acciaio: Taranto non può diventare Pittsburgh, ecco il perché
Redazione | 19 dicembre 2017

di Maristella Cacciapaglia –

Taranto e Pittsburgh, le due città hanno sottoscritto un accordo internazionale per uno scambio di buone prassi sul tema dell’ambiente e della sostenibilità, nonché per agevolare l’ingresso di Taranto nei network internazionali delle città virtuose nell’ambito delle politiche ambientali. La sfida della Città dei due mari è quella di avviare un processo di de-carbonizzazione per un nuovo modello economico, non più in bilico tra il diritto al lavoro e quello alla salute, non per questo necessariamente sostenibile. Ma è chiara la storia della città statunitense? A Pittsburgh la Grande depressione, la crescita della Sun Belt e, in particolare, la riluttanza dei dirigenti di Alcoa o di US Steel Corporation a vivere ancora in un posto così inquinato, non hanno dettato solo le ragioni dei primi processi di rigenerazione urbana, ma hanno anche permesso all’élite economica e alla classe politica di individuare e valorizzare le altre forze latenti del proprio territorio. A ciminiere accese, si è così deciso di investire in processi di diversificazione economica in una città che, comunque, non è mai stata solo un centro siderurgico: l’azienda alimentare di Henry Heinz trova a Pittsburgh le sue origini, proprio come la celebre Casa sulla Cascata di Frank Llyod Wright commissionata dalla famiglia Kaufmann.

Diversamente da Gary o dai punti neri della Rust Belt che alle ultime elezioni hanno scelto Trump, Pittsburgh è oggi una meta ambita per gli studenti di Ingegneria, per i medici o per gli artisti emergenti, eretta a emblema da chi vuole un futuro verde e post-industriale per sé e per le prossime generazioni. Nel secolo scorso la città è tornata a vedere il sole a mezzogiorno e, nel nuovo millennio, si è aggiudicata diversi primati a livello nazionale ed internazionale rispetto agli indici di vivibilità. La sua società civile, però, comincia a chiedersi per chi. I primi processi di rigenerazione urbana della città di Pittsburgh testimoniano una netta esclusione degli afro-americani dalla politica urbana, tanto da essere definiti “negro-removal” dallo scrittore James Baldwin. La popolazione nera, infatti, è riuscita solo in un secondo momento ad entrare a far parte dei relativi processi decisionali, cavalcando l’ondata degli anni della contestazione, sebbene oggi i processi di gentrification mostrino come gli afro-americani siano di nuovo esclusi, soprattutto in territori contesi, ad esempio, con Google. Per questo motivo, Pittsburgh fa sua la dualità della società americana: da un lato non vede più la fuga della sua popolazione più giovane ma la messa a reddito del suo capitale economico, umano e sociale reinvestito nel tempo; dall’altro, le dinamiche neo-liberiste dello spazio urbano escludono nuovamente dalla politica urbana le fasce più deboli della popolazione, nere per la maggior parte.

Rimane, allora, necessario rivendicare un diritto alla città universale, affinché esso non sia negletto ma effettivamente ascoltato, rimandando ad Harvey e alle sue città ribelli. Un riferimento iconico di tale situazione risiede nel quartiere di East Liberty. “Qui i blocchi delle case popolari sono venuti giù, mentre nuovi magazzini offrono l’imbarazzo della scelta tra yoga e cibo bio. All’apparenza, si è tutti vincenti. In fondo, invece, i perdenti ci sono eccome: i neri, ancora una volta.” spiega Chris Ivey, autore del documentario “East of Liberty. A film series on race, class and gentrification”.

Allo stesso quartiere, appartiene anche il celebre Penn Plaza ed Enright Park Redevelopment Plan, presentato il 13 Dicembre 2015 da LG Realty all’Urban Redevelopment Authority della città di Pittsburgh per l’approvazione preliminare del progetto. Celebre poiché discusso per la prima volta con la comunità residente solo diciotto ore prima della sua approvazione preliminare, “conoscere le opinioni della comunità, è molto importanti per il nostro lavoro”, come dichiarato dai developers del progetto in questione nel corso del community meeting organizzato dalla CDC del quartiere, la East Liberty Development, Inc. (ELDI). In solo diciotto ore, dunque, si sarebbe dovuto incontrare per la prima volta la comunità, dialogato con essa e, persino, cooperato per definire la proposta di un progetto che, nel caso di approvazione, l’indomani avrebbe cambiato ulteriormente e notevolmente il volto di East Liberty, abitato dalla comunità e non dai developers.

La proposta progettuale avanzata da LG Realty avrebbe allontanato più di duecento residenti dalle case in affitto abitate da loro per diverso tempo, al fine di far posto a posti auto, uffici ed appartamenti acquistabili o affittabili al prezzo di mercato. Per di più, il progetto avrebbe comportato l’espansione del supermercato non di convenienza, il “Whole Foods Market”, consolidando la problematica del “food-shortage” in quartieri popolari. “Diversamente dagli Italiani o dai polacchi che giunsero qui per lavorare nelle fabbriche cercando fortuna e che, col tempo, iniziarono ad interagire gli uni con gli altri costruendo comunità allargate, gli afro-americani tendono tutt’oggi a sentirsi esclusi o ridotti ai margini. Per noi Pittsburgh non è vivibile” dichiara Justin Strong, imprenditore ed attivista della città. Un’altra fairy-tale del capitalismo, dunque, e non una best-practice di città post-industriale; direzione: sviluppo insostenibile. Oggi, comunque, non è più solo una questione di colore: secondo quanto analizzato dalla sociologa Sassen (1990) e da altri studiosi di diverse discipline, negli Stati Uniti il calo dell’industria manifatturiera pesante, unito alla crescita del settore terziario, ha contribuito a generare una importante trasformazione in termini di stratificazione sociale: da una parte i colletti bianchi, i lavoratori più qualificati che compongono la classe di punta della società post-industriale discussa da Touraine; dall’altra, i lavoratori meno qualificati e salariati, tra cui si individuano i gruppi tradizionalmente più poveri come gli afro-americani e quei colletti blu che, in seguito ai processi di de-industrializzazione e alla fuga di capitali nell’economia globale, si ritrovano oggi a confrontarsi con un alto tasso di disoccupazione, insicurezza economica e stasi sociale.
Anche in Italia la questione relativa alla disuguaglianza sociale diviene sempre più evidente, costituendo un rischio che a Taranto non può essere sottovalutato, specie nel periodo di transizione come quello in cui verte la citta, insieme all’intero globo. Se sono stati i suoi cittadini a permettere l’evoluzione del processo giudiziario di “Ambiente svenduto”, a distanziarsi dai sindacati tradizionali e nazionali o ad impegnarsi per l’approvazione del “Regolamento dei beni comuni”, sono gli stessi cittadini a dover avanzare l’esigenza di uno sviluppo post-industriale che non sia solo verde ma anche aperto verso tutti i suoi abitanti e lavoratori: dai professionisti di Via D’Aquino agli occupanti della città vecchia, dal capitale umano che trovano fortuna altrove ai transmigranti traditi.

Proprio come a Pittsburgh sono i cittadini e i social workers a lottare contro i processi di gentrification in atto nel quartiere di “East Liberty” o a rendere “City of Asylum” un luogo di giustizia sociale e generatività. Diritti al lavoro, alla salute e alla città, oltre le condizioni per cui, nella città vecchia di Taranto, tre generazioni di donne a confronto guardano alla prostituzione e all’eroina come le uniche possibilità di mantenimento oltre il matrimonio, alle spalle delle strutture di sviluppo locale e di comunità promosse dalla Regione Puglia. Insieme, verso una nuova direzione che non vuole essere dominante o contraria rispetto a quella rincorsa fin’ora, bensì propria; e che sia verde per davvero, oltre i fumi dell’ILVA ma anche oltre quelli delle nostro auto, delle nostre case o dei nostri rifiuti.

“La decarbonizzazione è un obiettivo a cui tutti i paesi industrializzati e con economie emergenti devono tendere verso l’orizzonte del 2050, ma serve una transizione molto coraggiosa e altrettanto pragmatica. L’area industriale di Taranto deve innovarsi nei prodotti e nei processi, puntando anche all’innovazione tecnologica che abbandoni gradualmente i cicli produttivi fondati sul fossile più inquinante per il territorio e killer del clima.” dichiara Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente. “Il risanamento ambientale, comunque, passa anche dalla chiusura delle ferite ancora aperte nel suolo e nel sottosuolo. È giusto pensare allo scenario futuro ma questo deve basarsi su un presente che deve chiudere col passato, attraverso le bonifiche che tutti attendono e di cui non si vede ancora traccia, tra le altre cose.”

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