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Negli Usa il 94% delle startup fallisce, ma è questo il segreto del progresso

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In una delle immense sale riunioni del Fico, 30 nuove imprese in cooperativa, riunite per confrontare le proprie idee con esperti in sviluppo, hanno avuto un’importante lezione: possono farcela solo se mettono in conto anche la sconfitta

BOLOGNA – In Italia non esiste la cultura della sconfitta, solo l’esaltazione del vincitore. Eppure, l’apporto che dà una disfatta è importante: è una visione più precisa di noi stessi, del nostro progetto globale. “Nella Silicon Valley, o anche a New York, il 94% delle startup fallisce” spiega in una video-intervista Trebor Scholz professore associato di “Culture & Media” all’New School di New York City. “Una forte cultura del fallimento, appartiene al progresso. E’ importante aspettarsi che non tutti i progetti abbiano successo, ma è anche importante capire per il movimento cooperativo che la società sta andando verso la direzione del digitale”. Nella video-intervista mostrata all’inizio del meeting di Coopstartup Visioni 2017 ai giovani founder (soci fondatori) di nuove cooperative, emerge un principio che è mal digerito e di cui nessuno vuole parlare.

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Dentro Fico i clienti posso gironzolare con questi tricicli

Nel Bel paese non esiste un dato solido sulla mortalità delle startup. Un po’ perché gli italiani sono scaramantici e dicono che “porta male” parlare di sconfitta. Che quando lo si fa, bisogna toccare ferro e lisciare il corno appeso alla collanina con il santino. Un po’ perché la società non abitua i giovani a perdere, al rifiuto, ottenendo così l’effetto contrario, creare alla fine una società di perdenti.

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Fico è una struttura da 10 ettari

Non è così al di fuori dei confini nostrani. Un programmatore londinese ha messo in rete Collapsed, una piattaforma che racconta gli insuccessi delle startup, per imparare dagli errori degli altri. In Italia grava sulle fortune delle giovani imprese pressione fiscale e burocrazia che farebbero innervosire persino il biblico Giobbe. Nel 2016 in Italia le imprese hanno idealmente terminato di onorare il fisco il 4 giugno, praticamente dopo 155 giorni di lavoro. In Germania gli imprenditori hanno iniziato a vedere i frutti del proprio lavoro 8 giorni prima (27 maggio), nel Regno Unito con 25 giorni di anticipo (10 maggio) e in Spagna quasi un mese prima (6 maggio). Non tutte le idee presentate durante questo meeting avranno successo. Ma non è un male. Questo sta nella natura delle cose. Fallire totalmente o in parte aiuta ad aggiustare il tiro. A capire dove l’idea iniziale era debole e a farne una nuova.

In una delle immense sale riunioni del Fico, immenso parco giochi enogastronomico per adulti e bambini, dove tutto riconduce a una immagine di successo, a quell’idea di Italia che ha Oscar Farinetti, inventore di Eataliy, 30 nuove imprese in cooperativa, riunite per confrontare le proprie idee con esperti in sviluppo, dunque hanno avuto un’importante lezione: possono farcela solo se mettono in conto anche la sconfitta. Il paradigma che ad ogni startup corrisponda una impresa di successo è solo uno dei falsi miti. Gli startupper sono giovani ma non giovanissimi come si potrebbe credere. E soprattutto la stragrande maggioranza non è composta da stereotipati nerd autodidatti, giovanissimi e geniali. L’età media è fra i 25 e i 45 anni e, negli ultimi due anni c’è stato un incremento del 18% degli startupper italiani appartenenti alla fascia di età che va dai 30 ai 39 anni. La percentuale degli under 30 e degli over 50 è, invece, del 16,2% e del 13,4%. Sono giovani uomini e donne che hanno studiato e avuto già esperienze lavorative. Lo evidenzia la ricerca La voce della startup, effettuata su 300 nuove imprese. Alto il livello di preparazione dei founder italiani: oltre il 56% – lo dice l’indagine – ha conseguito una laurea di secondo livello, un post laurea o un master, in aggiunta al titolo di laurea triennale. Le storie dei ragazzi delle startup si sono mischiate per tre giorni nel centro congressi del Fico. Dal difuori tutto sembra semplice. Fuori un mercato spietato con i deboli. L’Italia è un Paese “cattivo”, nel senso latino del termine: captivus (prigioniero). E il cattivo è cattivo perché è prigioniero, e ogni prigioniero sta male.

 

 

 

La video-intervista Trebor Scholz professore associato di “Culture & Media” all’New School di New York City

Il resoconto, per immagini, della prima giornata del Meeting Nazionale Coopstartup tenuto a Bologna dal 22 al 24 Novembre presso Fico Eataly World

 

Alcuni passaggi della seconda giornata di Meeting Nazionale Coopstartup dedicata all’incontro tra le startup cooperative e gli esperti

 

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