Terra mia

Matera, 67 anni fa c’era la fame ma anche la speranza… e la Politica

pastore matera lucania
Foto di repertorio

MATERA – Chi andava a vivere nei nuovi quartieri nati a valle della legge di risanamento dei rioni Sassi del 1952? Famiglie come quella di Angelo Venezia. La sua lettera del 17 giugno del 1951, dove spiega di avere moglie e cinque figli a carico, racconta la vicenda di un umile pastore. Tornava dalla masseria a casa, dopo un tragitto di tre ore e mezza, ogni 15 giorni, il mercoledì mattina. Metteva da parte i vestiti puliti e una panella di 5 o 6 chili, che doveva bastare il più possibile, e poi, il venerdì, tornava alla masseria, dove era guardiano di 500 pecore.
La mattina sveglia alle 2 e mezza per la prima mungitura, “dopo – precisa – si quaglia per estrarre ricotta e formaggio fino alle 8. Dalle 8 alle 17 si porta il bestiame al pascolo. Si torna a mungere verso le 7 e mezza (19,30 ndr), la seconda mungitura. Dopo si fa l’acqua-sale, si mangia un boccone di pane caldo e poi si va a dormire sulla “sgrciator”, una specie di branda fatta da noi stessi con legna di quercia e con canne. La stanza dove dormiamo è peggio di un porcile, vi sono animali di ogni specie, senza pavimento e lurida. Mio padre era pastore in proprio, con 50 pecore. E’ morto durante la guerra mondiale. Le pecore sono andate divise. Io e un altro fratello siamo andati a lavorare a salario. Io avevo 14 anni e mio fratello 10. Ho frequentato la prima elementare e poi la seconda al corso serale. Percepisco un salario di 11 mila lire al mese, più la ricotta e il formaggio di Pasqua e alla festa della Bruna, cioè, 7/8 kg. di ricotta e altrettanto di formaggio. Ci vorrebbe almeno un salario di 15.000 mensili”.
Questo documento è stato per un certo periodo di tempo in possesso della Camera del Lavoro di Matera e, successivamente, raccolto insieme ad altri provenienti da molti centri della provincia e consegnati a Ernesto De Martino 1949, prima della sua ricerca che in Basilicata inaugurò i primi studi di antropologia.
Ma, ora, passiamo ai braccianti e ai numeri precisi sul costo della vita, ben annotati negli appunti messi a disposizione dall’ex senatore del Pci, Angelo Ziccardi. Numeri rapportati alle ore e ai giorni di lavoro. Servono per comprendere ancora meglio di cosa parliamo quando si fa riferimento ai nuovi quartieri materani, nati dopo il risanamento e la necessità di non dimenticare come se questa realtà non fosse mai esistita. L’unità di misura era l’ora, ecco quanto dovevano faticare, per qualunque cosa: 1 litro di vino – 1 ora di lavoro; 1 chilo di pane – 1 ora e 49 minuti; 1 chilo di zucchero – 3 ore e 15 minuti; 1 chilo di carne – 8 ore e 30 minuti; 1 paio di scarpe – 6 giorni e 5 ore di lavoro.
Erano trascorsi ormai diversi mesi, da quando si erano insediate le prime famiglie a Serra Venerdi, oltre 400, un vero esodo. Iniziarono ad affiorare una serie di disagi. In alcune palazzine, non ben coibentate, ci pioveva dentro. Altre erano dotate di finestre prive di avvolgibili e gli infissi in pino non stagionato, facile a deformarsi, non erano stati montati a regola d’arte. Anche in questi casi, infiltrazioni di acqua e, freddo in prossimità dell’inverno. Bisognava porre rimedio. Ma il problema più serio era legato a un certo numero di terrapieni che avevano ceduto alle prime piogge. Per la precisione, erano i muri dei terrapieni che non avevano tenuto, pregiudicando la stabilità di alcune palazzine. Di più, le precipitazioni abbondanti avevano creato masse fangose così consistenti da non potere essere smaltite dalla rete fognaria, impianti puntualmente occlusi e ancora difficoltà anche negli ambienti ai piani bassi. Per tutte queste ragioni e altre ancora, un gruppo di residenti decise di costituire l’Associazione autonoma degli inquilini di rione Serra Venerdì. La data precise è quelle del 28 settembre del 1956, come riporta un documento che elencava i motivi di malcontento, tacendone altri, però, non meno gravi. Tra questi il costo dell’affitto degli appartamenti. A secondo della grandezza, il canone mensile degli alloggi variava da 3 a 5 mila lire. Un prezzo simbolico, ma non per un bracciante, come si evince dalla lettera del pastore Angelo Venezia che ambiva a guadagnare 15 mila lire al mese. Figuriamoci, per chi doveva lavorare alla giornata e chi era disoccupato. Bisogna anche dire che l’Istituto autonomo case popolari, cui spettava la gestione dei canoni, non aveva certo come finalità politica quello di sfrattare le famiglie meno abbienti e, lentamente, cercò di incassare gli oneri dovuti quando era possibile, anche alla luce di progressivo aumento della qualità della vita e anche dei salari. Ma è anche questo un dato significativo, che può far parlare di comunità, dove chi amministrava il patrimonio edilizio non lo faceva a furia di carta bollata e pignoramenti. Un clima particolare sul quale, sessanta anni dopo, vale la pena riflettere per meglio soppesare un percorso: chi eravamo e come siamo diventati. Sembra un tempo lontanissimo, ma è anche questa una parte delle vicende cittadine, un capitolo della sua migliore storia che vale la pena non dimenticare e raccontare, soprattutto perché è sempre possibile arretrare.

 

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