Le inchieste

Schiavi per bisogno e schiavi per mania: tutti al servizio del web

Casilli
Nell'immagine Antonio Casilli

I lavoratori del web sono milioni e guadagnano poco, pochissimo. Ma il vero profitto lo producono gratis gli utenti inconsapevoli con i loro commenti e condivisioni. Viaggio nel lato oscuro della rete.  Casilli, ricercatore dell’EHEES di Parigi: “Dietro la partecipazione alla piattaforma Facebook c’è la necessità di farci produrre valore”

di Massimiliano Martucci

giornalista 

Da pochi centesimi a 5 dollari a fronte di 12 ore di lavoro per i più fortunati. È il costo medio dei servizi della gig economy, dei cosiddetti lavoretti online: scrivere recensioni, correggere testi, fare ricerche, sbobinare, cliccare. Lavoretti, microlavoro: se si va oltre l’idea che questo tipo di prestazioni sia esclusivo appannaggio di casalinghe, o di studenti che cercando di racimolare qualche spicciolo, scopriamo che un pezzo dell’economia digitale, anche e soprattutto quella dei cosiddetti “giganti del web” si basa su una schiera di milioni di microlavoratori che passano le loro giornate a cliccare, taggare, correggere, filtrare. È la Matrix dell’AI, il segreto di Oz del XXI secolo. Società fantasma, aziende sparse in ogni parte del mondo che nutrono i giganti del web, a cominciare da Amazon e Facebook. È quanto racconta Antonio Casilli, ricercatore presso il centro di studi sociali Edgar Morin (EHEES) di Parigi, che durante le Giornate del Lavoro organizzate dalla CGIL a Lecce, ha tenuto una lectio magistralis sul tema del digital labour. Il ricercatore snocciola i numeri dei lavoratori delle società che offrono quei servizi che “nutrono” le intelligenze artificiali, come il programma Amazon Mechanical Turk, il market place del lavoro di Amazon, il cui nome richiama il famigerato Turco Meccanico, un progetto dell’azienda di Jeff Bezos che paga pochi centesimi per un tag ad un video, o qualche commento. Microlavoratori, che alla fine del mese portano a casa pochi dollari. Sono ovunque, nel mondo, spesso da casa, ma anche organizzati in vere e proprie imprese, le “clickfarm”. Sono milioni i microlavoratori, ultimi degli ultimi, il cui lavoro “autonomo” è esente dai minimi salariali: Freelancer: 24 milioni; Zhubajie: 15 milioni; Upwork: 12 milioni; Tasken: 10 milioni; Crowdsource: 8 milioni; Witmart: 7 milioni; Care: 6,6 milioni; Crowdflower: 5 milioni; Epwelke: 11 milioni; Fiverr: 3 milioni; 99design: 1,35 milioni; Microworkers: 873.000; Clickworker: 800.000. Se alcune di queste fanno riferimento in maniera esplicita alle major digitali, il resto delle relazioni sono fumose: “Il segreto delle grandi piattaforme è questo” ci spiega al termine della lezione Casilli, “La viralità sui social come li abbiamo conosciuti negli anni precedenti, è basata sul fatto di comprare click e visibilità: persone che guardano i video, ad esempio. Spesso si acquistano in maniera non trasparente e comunque lontano. È difficile fare inchiesta, ma possiamo affidarci a storie locali, magari storie giornalistiche. In Malesia, Indonesia, Bangladesh, Filippine. Solo due grosse inchieste a livello internazionale. Nel 2016 una dell’Oxford Internet Institute e un’altra dalla Banca Mondiale nel 2013. Ce ne vorrebbero centinaia, perché riguarda centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo”. Nel 2013 in un articolo su l’Espresso si stimava che gli italiani iscritti alle piattaforme di microlavoro fossero oltre centomila, un numero che nel frattempo, complice la crisi, potrebbe essere cresciuto. Il lavoro si frantuma e si allarga la distanza tra il datore e il lavoratore, tanto da non conoscersi.

La grande forza lavoro del web è gratis e inconsapevole, sono i maniaci del commento e della condivisione
Sui social network però il valore aggiunto sono proprio gli utenti che, con il gusto di condividere e commentare, forniscono ai motori dell’intelligenza artificiali dati freschi e aggiornati in tempo reale. Facebook, ad esempio, traduce il nostro comportamento in numeri che poi rivende agli inserzionisti. Chiunque sia iscritto alla piattaforma fornisce, spesso inconsapevolmente, una prestazione all’azienda: “Alcuni dicono che è solo scambio e partecipazione, ma non dobbiamo farci illusioni: dietro la partecipazione alla piattaforma Facebook c’è la necessità di farci produrre valore e aggiungerei che dobbiamo fare con urgenza è costringere le piattaforme a darci delle condizioni generali di utilizzo, i Terms of Service che noi firmiamo a volte senza leggere, in maniera tale che siano modificati in maniera tale da riconoscere che noi produciamo valore, perché per il momento il valore è presentato solo nella parte “privacy” dove si dice che ‘i suoi dati saranno utilizzati per fare migliori servizi’. Dovrebbero scrivere che i nostri dati saranno utilizzati per produrre valore e saranno remunerati”, commenta Casilli.
Durante la lezione viene proiettata l’immagine di una donna asiatica mentre è intenta a cliccare su uno delle decine di tablet posti davanti a lei. È la plastica immagine di una “clickfarm”, una società che offre questo tipo di servizio. Un lavoro che serve a nutrire le intelligenze artificiali più conosciute: “I software li immaginiamo come prodotti o modelli matematici perfetti, ma questi sono ormai basati su quello che si chiamo apprendimento automatico, il “machine learning”. Devono imparare a fare quello che fanno: scegliere le migliori immagini, i migliori siti. Il software deve imparare dagli umani. Non è un lavoro intellettuale, il digital labour, è un lavoro “del dito”, fisico, che ha le sue conseguenze. C’è una grande svalutazione delle competenze: le persone sono messe a lavorare su routine, lavori noiosi e non valorizzanti. Questa è anche una forma di sfruttamento, grave, su cui ci dobbiamo concentrare. Inoltre è un lavoro per il quale si fa una fatica fisica, a cominciare dal fatto che si lavora in sale raffreddate per la necessità di tenere bassa la temperatura dei server. Si lavora in condizioni estreme”, conclude Casilli.

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