Le inchieste

A BARI badanti GEORGIANE pranzano insieme, per non pensare a brutte STORIE

Manana, 53enne di Gori, e il marito barese Osvaldo, 45 anni

Le donne s’incontrano due volte alla settimana nella sede di Radici, associazione pensata da un barese e una georgiana. “Evitiamo che mangino sulle panchine di piazza Umberto”, dicono. E il giovedì e il venerdì hanno anche la consulenza di un medico e un avvocato

BARI – Uno stanzone gremito di donne sedute attorno a lunghe tavolate di ferro nero, in fondo un bancone da bar e dietro una gigantografia scura di Tbilisi, con il tram che sembra venirti addosso. E l’odore intenso di verdure speziate. Sono una sessantina le georgiane che pranzano ogni giovedì e domenica nella sede dell’associazione culturale Radici di via de Rossi. Solo un ragazzo, Georg, dietro al bancone. Timido, smunto e magrissimo, che non spiccica una parola d’italiano ma si muove come un colibrì tra gli spillatori di vino e i piatti di khinkali (ravioli di carne di maiale) e kachapuri (una sorta di focaccia bianca farcita con la mozzarella). Georg ha meno di trent’anni, una moglie incinta ed è in Italia da pochi giorni. Cerca lavoro, e aspetta speranzoso un permesso di soggiorno. Poco più avanti, prima della cucina, c’è Nina che ride con le sue amiche, tre donne sulla sessantina. Parla italiano, ha 28 anni, e ha appena perso il lavoro perché la “nonnina”, come la chiama lei, è morta qualche settimana fa. La accudiva 24 ore su 24, e le voleva molto bene. Nina ha un diploma da infermiera in Georgia e una figlia di 10 anni che vive a Telavi Kaxeti, subito sotto il Caucaso Maggiore, con sua madre. Il marito è fuggito sei anni fa a Stoccolma con un’altra donna e ne ha perso le tracce. E’ in Italia da tredici mesi e ha solo 500 euro da parte, di cui 400 per due mesi di fitto in una casa a Japigia. “Qui con 700 euro riesco a far tutto, nel mio Paese spendevo 200 euro al mese di benzina e lo stipendio era di 300 – racconta triste – vorrei mettere il denaro da parte per acquistare una casa in Georgia. Mi servono ventimila euro”. L’associazione Radici raccoglie seimila dell’esercito di tredicimila georgiani, per il 90% donne, tutte badanti che vivono tra Bari e provincia. L’ha fondata Manana, 53enne di Gori, e il marito barese Osvaldo, 45 anni. Si sono conosciuti e innamorati a Bari. E hanno messo su un luogo fisico e sociale di ritrovo. Organizzano corsi d’italiano certificati dall’Università per Stranieri di Siena, offrono consulenza legale, del lavoro e aiutano i connazionali a trovare un’occupazione. Ma soprattutto ad avere il permesso di soggiorno. “Sono procedure lunghissime, dobbiamo aspettare il Decreto Flussi o la sanatoria, ed è dal 2012 che non succede nulla”, spiega Manana. Poi ci sono i ricongiungimenti. “Solo quest’anno ne abbiamo fatti quasi 50”, aggiunge orgogliosa. Le donne s’incontrano due volte alla settimana per pranzare insieme, cucinando qualcosa a turno, o consumando un pasto preparato in associazione. “Evitiamo che mangino sulle panchine di piazza Umberto”. Poi ogni giovedì pomeriggio c’è un medico barese che per due ore offre gratuitamente la propria consulenza, mentre il venerdì è la volta di un avvocato, che, da volontario, dà informazioni sugli aspetti legali della loro permanenza, o su come comportarsi se vengono maltrattate. E capita, talvolta. “Ci stiamo battendo per fornire anche i trattamenti di prevenzione”, racconta Osvaldo, che con Manana ha avuto un bimbo, Luca, quattro anni fa, nato al Policlinico. “Molte donne qui si sono ammalate di tumore al seno ed era troppo tardi”. “Non dimenticare la scuola”, interviene ancora Manana. “Siamo in contatto con il Ministero georgiano della Diaspora (degli Esteri, ndr) per avere dei libri di testo gratis e far imparare ai bimbi che nascono qui le nostre radici”. “Noi siamo lontane dalle nostre famiglie, dai nostri figli. Lia, una di noi – racconta commossa, con le lacrime che scendono a rigarle il volto – l’altro giorno mi ha chiesto di aiutarla a raccogliere dei soldi per pagare una lapide al figlio morto in un incidente stradale in Georgia. Ti rendi conto? Siamo lontani e non riusciamo nemmeno a vederli morti, poi, i nostri familiari”. Manana è arrivata in Italia dieci anni fa, pagando 3.500 euro “a un tipo che mi ha fatto avere il visto”. Radici è nata proprio per supportare le migranti e sottrarle ad attività illecite. “Già dobbiamo fare i conti con la famigerata storia che i georgiani sono ladri d’appartamento”, sbuffa. “E’ vero, molti giovani vengono per questo, perché sanno che se nel nostro Paese rubano si fanno quattro anni di carcere, qui no. Patteggiano e sono di nuovo liberi”. Ma gli uomini più adulti lavorano nei campi come agricoltori o come muratori nei cantieri. “E sono onesti”, precisa Manana. Lei, economista, nata con il governo sovietico di Kruscev e figlia di un funzionario del Ministero dell’Agricoltura sotto la dittatura di Stalin, ha studiato tanto ma è arrivata a Bari come badante. Poi è diventata interprete per la questura e il tribunale, e sindacalista dell’Epass. “Tutti studiavamo ai tempi del comunismo. Vedi laggiù? Lei è ginecologa e lei pediatra. Qui accudiscono gli anziani ma sono felici”, dice indicando due belle signore brune col rossetto rosso e i capelli raccolti. All’improvviso si alza la musica, quella folk della giovane cantante Mariam Elieshvili, e ballano abbracciandosi e ridendo di gusto. “Ecco, la nostra felicità è come la vostra. Per questo veniamo in Italia, anzi, qui al Sud. Perché siamo anche noi – come dite voi? – caciaroni. Chiediamo solo di avere il permesso di soggiorno e un lavoro che ormai facciamo solo noi”.

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