Cronaca nera

Nel CODICE del RAZZISMO i neri non sono mai eroi e vanno pagati meno dei bianchi

Uno di noi

Quanto sia odiosa la pratica del caporalato lo sappiamo da tempo e ce lo ricorda a ogni occasione Leonardo Palmisano. Quando poi il caporalato si colora anche di razzismo c’è da chiedersi dove stia andando la nostra società e che senso abbia ancora la parola civiltà.
Ad Amantea, in provincia di Cosenza, due fratelli titolari di un’azienda agricola sono stati arrestati per sfruttamento del lavoro nero, il caporalato appunto, aggravato però da un’odiosa discriminazione razziale. Ogni giorno, al termine di dieci, dodici ore di lavoro massacrante nei campi, i due fratelli distribuivano la paga: 35 euro ai bianchi, 25 euro ai neri. Perché a questi ultimi dieci euro in meno? Perché lo impone il codice del razzismo nel comma in cui dice che gli individui dalla pelle nera vanno considerati come inferiori a quelli dalla pelle bianca.
Se poi i neri sono migranti provenienti dal Gambia, dal Senegal, dalla Nigeria e dalla Guinea Bissau, come nel caso di Amantea, che dormano in luride baracche, che mangino per terra, che non si azzardino a protestare se non vogliono passare guai anche peggiori.
Quanto sia durata questa vergogna non è dato sapere. Registriamo soltanto che dopo tante illegalità finalmente qualcuno ha parlato, sono intervenuti i carabinieri e i due fratelli di 48 e 41 anni sono finiti in galera. Speriamo che serva da monito ai tanti che sono tentati di fare come loro.
E speriamo che ci pensi anche chi, a Bologna, ha attaccato al portone di via del Borgo di San Pietro 99 un cartello in cui, in caso di richiesta di affitto si precisa che “Non si prendono in considerazione stranieri anche se in possesso di permesso di soggiorno”. Come negli anni del primo dopoguerra quando, nella città del Nord come Milano e Torino si leggevano cartelli che dicevano .”Non si affittano case ai meridionali”.
Un desolante passo indietro, il riaprirsi di una pagina che consideravamo ormai chiusa, un’altra erosione al concetto di civiltà. Il cartello di Bologna è stato rimosso, la colpa è stata addossata a una segretaria troppo zelante o troppo superficiale, ma il disagio resta e ci si chiede che cosa debbano dimostrare i migranti per meritarsi considerazione e fiducia.
Abbiamo detto, nella rubrica della scorsa settimana, del contributo che hanno offerto a Livorno per sistemare le zone disastrate dalla pioggia e a Milano per pulire le strade infestate dal degrado, oggi aggiungiamo un altro significativo episodio avvenuto a Fontanella, in provincia di Bergamo. Qui, una giovane operatrice culturale è stata aggredita in una struttura di accoglienza e vigliaccamente stuprata da un richiedente asilo della Sierra Leone. Chiusa con la forza in un bagno, la giovane ha urlato chiedendo aiuto e le sue grida sono state ascoltate da due migranti che non hanno esitato a intervenire buttando giù la porta e costringendo l’assalitore a scappare dalla finestra. Non solo: mentre i due soccorrevano la ragazza, gli altri migranti ospiti del centro hanno avvertito i carabinieri che, grazie alla loro segnalazione, sono riusciti ad arrestare l’assalitore.
Niente di eroico in tutto questo, è ovvio, soltanto un piccolo atto di solidarietà e civismo che nulla toglie allo sdegno per l’aggressione sessuale, ma almeno dimostra che queste azioni non disgustano soltanto noi, ma sono odiose anche agli occhi dei migranti.

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