Ambiente

La Sicilia presa a pomodori in faccia


È in corso un’ecatombe di aziende agricole nella sofferente Sicilia, guardata con disarmante indifferenza dai soloni della politica regionale e nazionale.

enzo spatolaSono piccole e medie imprese, che per anni hanno lottato come su un campo di battaglia per rilanciare l’economia della loro Regione. Ora si ritrovano strette nella morsa della crisi economica, tra il disinteresse delle istituzioni, il cinismo delle banche e le temutissime cartelle esattoriali.

Tra tutti, il prodotto più “violentato” è il pomodoro.

Coltivato nelle serre della Trinacria, al prezzo di enormi sacrifici, oggi è costretto a fare i conti con un nemico indomabile: l’importazione di pomodori marocchini e tunisini, alla luce delle nuove politiche comunitarie e delle dubbie leggi di mercato.

Vincenzo Spatola, dell’azienda agricola “Irene Chiaramonte” di Niscemi (Caltanissetta), non si perde in discorsi teorici e preferisce parlarci di conti.

La sua storia è esemplare.

Queste sono le spese per 1000 metri di serre –ci spiega

  • 1000 euro di piantine di pomodori;
  • 1000 euro di plastica per la coperture delle serre;
  • 1000 euro per disinfettare la terra;
  • 2500 euro di concimi e fitofarmaci per il tempo delle colture che è di circa 6 mesi;
  • la manichetta a 300 euro;
  • le api per l’impollinatura a 150 euro;
  • 600 euro di luce bimestrale;
  • giornata collocativa Inps a 13 euro al giorno per 101 giornate, più la busta paga di 40 euro al giorno;
  • costo camion per spese di trasporto merci a 20 euro al giorno, più il mantenimento.

Senza  intemperie, 1000 metri possono fare 12 bancali di 1000 kg ciascuno, con intemperie diventano 8 o 9 bancali (questo dato varia a seconda del tipo di pomodori o se sono pomodorini).

Vendendo il prodotto a 1 euro, il guadagno è di 12 mila euro, ma da circa un anno il costo è di 30/40 centesimi al kg, così siamo a 3000 euro.

E non abbiamo calcolato i proprietari e il loro lavoro.

Questo è il conto per 1000 metri, ma la nostra azienda è di 20 mila metri e ormai è fallita da 3 anni”.

L’azienda in questione esiste dal 1985 e ancora oggi produce ciliegino, pix-el, pomodoro a grappolo ovetto e a grappolo tondo. Fino al 2002, è stata intestata a Felice Chiaramonte (suocero di Vincenzo) e poi è passata nelle mani di sua figlia, Irene Chiaramonte. Ma dal 2014, la situazione è irrimediabilmente precipitata.

Da proprietari, ora siamo diventati mezzadri –incalza Irene– abbiamo dato le nostre serre in comodato d’uso, perché non ci ha aiutati nessuno. Le istituzioni se ne fregano, dall’agenzia delle entrate arrivavano cartelle esattoriali per cose già pagate, con il pignoramento entro 60 giorni. Per non parlare delle banche: dopo tanti anni in cui mio padre portava loro più di 100 mila euro, negli ultimi tempi ci facevano pesare persino il minimo ritardo nei pagamenti. Tutto questo, anche grazie alle leggi dello Stato italiano”.

Il caso riportato è solo uno tra i tantissimi che in questi anni stanno interessando la Sicilia (o per meglio dire, tutto il Sud Italia). Storie di sacrifici non ripagati, di evidente frustrazione e di totale isolamento.

Altri produttori ci raccontano che ormai non assumono più operai. Lavorano di persona le terre, senza nemmeno potersi pagare la giornata. Molti di loro non stanno più raccogliendo i prodotti, che quindi muoiono sulle piante.

In poche parole, si finisce per soccombere.

Oppure, con dignità, si espatria.

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