Cinema e TV

“In nome di mia figlia” di Vincent Garenq (Francia 2016)

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di Francesco Monteleone

Che tipo di reato viene commesso quando si chiede a qualcuno di commettere un reato? E perché punire qualcuno per un’azione che non ha conseguenze o ha conseguenze diverse da quelle intese? Queste domande se le pone costantemente Gideon Yaffe, un professore di giurisprudenza, filosofia e psicologia della Yale University e sono tremendamente adatte al bellissimo film di Garenq, ispirato a una storia purtroppo vera e notissima in Francia.

André Bamberski (Daniel Auteuil), il protagonista de “Au nom de ma fille” (titolo originale) viene predato dallo stimato medico tedesco Dieter Krombach (Sebastian Koch) che gli toglie la moglie e qualche tempo dopo gli violenta la figlia minorenne Kalinka. Delusione sentimentale, sospetti, tradimenti, menzogne, violenza fisica, complicità, menefreghismo e tante altre emozioni personali rendono quest’opera accusatoria molto interessante da seguire. Ma la cosa più pazzesca è scoprire, nello svolgimento dell’intreccio, quanto sia stato difficile per un onesto padre francese riuscire a ottenere giustizia contro un bastardo stupratore tedesco.

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Nel film ci sarà sicuramente qualche esagerazione drammaturgica per rendere le scene più avvincenti, ma la sostanza non cambia. Ci vogliono 30 anni di vita, spese giudiziarie enormi, una forza d’animo straordinaria per superare l’insopportabile ostacolo creato dalle leggi e dalla burocrazia francese e europea. Il regista Garenq è uno specialista del cinema di denuncia, sa raccontare molto cinematograficamente le contraddizioni sociali che ci rovinano la vita.

In questo caso, guidati dalla ricostruzione temporale degli eventi accaduti, nelle sue scene mai banali, riviviamo un lungo e intenso periodo della storia francese. Dopo 20 minuti dall’inizio del film vi direte ogni secondo che la Giustizia non esiste, che gli uomini sono bestiali, che le menzogne prevalgono sulle verità, che i furbi se la cavano sempre; insomma sarete esasperati da quell’ impotenza umana contro l’assurdità delle leggi che prova un padre (interpretata magnificamente da Daniel Auteil) per difendere l’onore della propria figlia. ‘Kalinka’ è un fiore, se non ci tradisce la memoria, è il nome russo del viburno. Contro quel che accade a quel fiore reciso nel momento più bello della sua esistenza c’è un sentimento che prevale su tutti gli altri: la vendetta. E ci riesce incomprensibile non sapere perché in casi come questo non siamo autorizzati a farci giustizia con le proprie mani, a vendicarci come suggerisce l’Antico Testamento. In ogni caso questo è un film della grande tradizione francese che merita la visione. Non lasciate vuote le sale della FICE che lo proiettano.

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